Supermiliardari, il club alla corte di Obama

Si presenta come il candidato della gente normale. Ma a finanziarlo sono 79 potentissimi dell’economia Usa

I miliardari di Obama si nascondono tra la folla. Spuntano a ciuffi: ricchi in una pletora di microfinanziatori, potenti in una massa di gente comune che regala pochi dollari al senatore democratico che vuole la Casa Bianca. Star di Hollywood, uomini di Wall Street, imprenditori della Silicon Valley, dirigenti di hedge fund, immobiliaristi di Chicago e membri dell’élite afro-americana. Oprah Winfrey e non solo. I 240 milioni di dollari del forziere di Obama sono in parte anche loro. Hanno staccato assegni pesanti e organizzato feste che hanno trascinato milioni nelle casse del candidato. Forti, influenti, disponibili. Barack ha raccontato la sua raccolta fondi come una grande mobilitazione popolare, l’idea della campagna dal basso: pochi soldi, ma da tanta gente, il passaparola, la raccolta on line. Però non ha resistito. Non ce l’ha fatta e forse non avrebbe neanche potuto di fronte alle offerte di David Geffen, socio di Steven Spielberg nella Dreamworks ed ex amico del clan Clinton. Dopo quindici anni di fedeltà a Hillary e Bill, l’uomo che creò e distrusse i Guns and Roses, uno dei collezionisti d’arte più ricchi del pianeta, uno dei cacciatori di soldi più forti del mondo, ha scelto Obama: «Tutti dicono bugie in politica, ma i Clinton lo fanno con una tale facilità da renderli preoccupanti. Barack è una persona nuova, merita fiducia».
Geffen s’è trascinato anche l’altro socio di Dreamworks, Jeffrey Katzenberg: sono due dei 79 ricchi che stanno dietro al senatore afroamericano, cioè quelli che gli hanno portato almeno 200mila dollari. Cinque di questi signori raccontano il Washington Post e il sito del settimanale tedesco Der Spiegel, sono multimilionari. Hanno sezionato i bilanci della campagna e hanno trovato tutti i numeri di Barack: la media dei finanziamenti è di 96 dollari, il più basso è arrivato via posta da una anziana signora e vale 3,01 dollari. Dei 240 milioni di dollari raccolti, la metà arrivano da donazioni superiori ai 200 dollari. Poi ci sono gli altri: 27mila assegni ammontano al massimo consentito dalle leggi sul finanziamento ai politici, 2.300 dollari; 329 sono i versamenti che superano i 50mila dollari; 79 quelli che vanno oltre i 200mila, appunto. È vero che Obama ha avuto un successo senza precedenti nel generare piccole donazioni, ma è stato il contributo dei grandi finanziatori che un anno fa ha iniziato a dare credibilità alla sua candidatura e che sarà cruciale nelle fasi finali della corsa contro Hillary Clinton. La lista include sostenitori tradizionali dei democratici, ma soprattutto nuovi finanziatori: almeno un terzo non avevano mai contribuito a una campagna presidenziale prima d’ora. La maggior parte vengono dalla California (19), seguita da Illinois e Washington (6 ciascuno) e New York (5).
Tra gli uomini d’affari c’è il miliardario di 39 anni, Kenneth Griffin, che nel contempo ha anche assunto una società di lobby per chiedere al Congresso di lasciare in vigore una scappatoia fiscale per lui molto vantaggiosa. Un anno fa ha chiesto ai dipendenti del suo fondo speculativo, Citadel Investment Group, di sostenere Obama, raccogliendo cira 200mila dollari. Barack dice di non essersi mai piegato alle pressioni di Griffin, ma il suo nuovo sponsor non l’ha abbandonato. Il problema è un altro: il senatore ha sempre detto di non accettare finanziamenti dalle lobby, ma se li accetta da chi queste società le crea, allora rischia di cadere in contraddizione. I repubblicani raccolgono materiale per le presidenziali. Non aspettano che un errore, una gaffe, una bugia.