Il superpentito Mannoia vuole dallo Stato un milione di liquidazione

A fine anno scade il termine per la protezione dell’ex boss. Indignati i parenti delle vittime

Mariateresa Conti

da Palermo

Ha al suo attivo quasi 17 anni di «servizio» per lo Stato. Quello stesso Stato che per altri 14 anni - quelli che vanno dal 1975, quando fu affiliato a Cosa nostra, al 1989, quando decise di saltare il fosso e di collaborare con la giustizia - ha combattuto uccidendo, raffinando droga, facendo insomma il criminale. Ma il passato di killer e chimico delle cosche di Francesco Marino Mannoia conta poco. Conta, invece, la storia recente, quella di pentito. E conta tanto da meritare una buonuscita da capogiro, circa un milione di euro. Una «liquidazione» di lusso, che, se erogata, gli permetterebbe, ai 55 anni, di consolidare la sua posizione negli Stati Uniti, dove da tempo vive, e non in miseria.
È bufera sulla notizia choc che il pentito Francesco Marino Mannoia potrebbe ricevere, da sua richiesta, un milione di euro di liquidazione per lasciare il programma di protezione italiano. Bufera, e anche giallo. Da un lato infatti si sono le smentite ufficiali, quelle del Dipartimento di pubblica sicurezza (che parla di «notizie totalmente destituite di fondamento») e dell'ex sottosegretario all'Interno Alfredo Mantovano. Dall'altro lato però ci sono le notizie che circolano insistentemente da qualche giorno negli uffici giudiziari palermitani, notizie che confermano che l'istruttoria - della quale si occupa la stessa Procura di Palermo - è stata avviata, anche se per ora sono in corso solo gli accertamenti preliminari, quelli relativi alle vicende giudiziarie eventualmente in sospeso, e alle sentenze dei processi in cui Marino Mannoia ha testimoniato ed è stato ritenuto attendibile.
C'è una lettera, inviata ai sostituti che si sono occupati di Marino Mannoia, avente come oggetto la «fuoriuscita dal programma di protezione del collaboratore di giustizia Marino Mannoia Francesco e capitalizzazione». Altra cosa è poi il calcolo della somma che spetterebbe al collaboratore come buonuscita. Normalmente, infatti, è pari a due anni dell'importo dell'assegno di mantenimento che viene erogato al pentito sottoposto al programma, due anni che possono diventare cinque qualora il collaboratore che sta uscendo dal programma presenti un progetto concreto, per esempio per avviare un'attività imprenditoriale.
Ma Marino Mannoia è un pentito «doc». E siccome non è dato sapere quale sia il suo attuale «stipendio», è impossibile fare un calcolo esatto, anche se le indiscrezioni circolate a Palermo volano appunto ad un milione di euro, due miliardi delle vecchie lire.
Com'è ovvio, è un vespaio di polemiche. «È una cifra ingiusta e addirittura irriguardosa nei confronti delle vittime di mafia che non hanno ottenuto ancora oggi il giusto risarcimento dallo Stato - tuona l'avvocato Michele Costa, il figlio del procuratore Gaetano Costa trucidato nell'agosto del 1980 - mio padre è una di queste vittime dimenticate. Che i pentiti debbano essere aiutati è una triste e amara necessità, ma da questo a farli diventare i registi dell'azione giudiziaria ce ne corre. Il milione è eccessivo. È il concetto di buonuscita che è sbagliato. Che si trovi un lavoro, non gli si deve garantire il benessere per tutta la vita».
Di parere opposto Maria Falcone, la sorella del magistrato ucciso a Capaci il 23 maggio del '92: «Non mi scandalizza. Trovo giusto il principio. Il mafioso che si pente evita stragi, evita altri delitti».
Indubbiamente Francesco Marino Mannoia è un collaboratore di rango. E per la sua scelta di saltare il fosso ha anche pagato un prezzo altissimo. Quando, nell'ottobre del 1989, si seppe che lui aveva deciso di seguire la strada di un altro pentito storico di Cosa nostra, Tommaso Buscetta, la mafia fu implacabile. E la sera del 23 novembre gli ammazzò la madre, la zia e la sorella, a Bagheria. Ma Francesco Marino Mannoia non si fermò. E continuò a parlare. A parlare e ad accusare. Sono tanti i processi incardinati proprio sulle sue rivelazioni. In Italia il più noto è forse quello contro il senatore Andreotti, la storia dell'incontro del sette volte presidente del Consiglio con Stefano Bontade pochi mesi dopo l'uccisione, il 6 gennaio del 1980, del presidente della Regione Piersanti Mattarella. Negli Usa, dove è sottoposto ai Marshall, Marino Mannoia ha collaborato ai dibattimenti contro John Gambino e sul traffico internazionale di stupefacenti, la sua area di competenza visto che era il chimico delle cosche, l'esperto della raffinazione dell'eroina. Oltre che un killer provetto, con sulle spalle 25 omicidi.