Il superteste inchioda Olindo «Mi ha tagliato la gola aveva gli occhi di una belva»

Drammatica deposizione in aula del vicino scampato alla strage: «L’ho visto bene e c’era anche Rosa»

nostro inviato a Como

«Può dire alla Corte se riconosce in quest’aula l’uomo che l’ha aggredita?».
«È lui, quel delinquente, è Olindo Romano, lo conosco benissimo». L’indice che punta verso la gabbia degli imputati. Lo sguardo che, per la prima volta, dopo quella sera dell’11 dicembre 2006, torna ad incrociare quegli stessi occhi. Gli occhi del suo aggressore. «È inutile che mi guardi così, sei stato tu disgraziato. Disgraziati!». Mario Frigerio, l’uomo miracolosamente scampato alla strage di via Diaz a Erba, ora è lì, sulla sedia dei testimoni. E da quella sedia, nell’aula di corte d’Assise si toglie finalmente, davanti a tutti, quel macigno di rabbia e di dolore che gli pesava sul cuore da quattrocento giorni. Un macigno che, alle 11 e 19 minuti, nel silenzio attonito dell’aula, precipita sulla bilancia della giustizia con un fragore immenso. Che fa sobbalzare il cuore. Pochi istanti prima l’avevamo visto entrare. Sofferente. Il braccio sinistro paralizzato, amabilmente scortato dai suoi figli. E adesso quell’uomo, dalla voce sfregiata, che per il resto della sua vita gli uscirà così - ruvida come carta vetrata, per colpa delle coltellate alla gola di quella sera - trova una straordinaria forza per accusare. Per fare nomi e cognomi. Per indicare, senza tentennamenti, il suo vicino di casa, Olindo Romano, come il killer che entrò in azione quella sera. E per rivelare, per la prima volta, un particolare in più: «Mentre mi stavo avvicinando alla porta di Raffaella Castagna, sulla quale avevo visto Olindo, notai dietro lo stipite un’altra figura. Non potrei giurarlo ma mi sembrava Rosa, la moglie dell’Olindo. Pochi istanti dopo, quando mi trovavo a terra e Olindo mi stava a cavalcioni, sopra la schiena e continuava a picchiarmi, vidi come un’ombra sfilarmi accanto e dirigersi verso le scale dove c’era mia moglie che urlava: “No, no, no”. Poi, improvvisamente, le sue grida si spensero».
Mario Frigerio proietta con le sue parole, con i suoi nitidi ricordi, il film dell’orrore che ha vissuto. «Verso le 20 mia moglie si è preparata per andare col cane a fare il giretto. Mentre era pronta per uscire abbiamo sentito un urlo strano, ci siamo guardati e abbiamo detto: “Stanno ancora litigando Raffaella e il marito”. Le ho detto: “Aspetta un attimo a uscire”. Le urla erano state tre o quattro. Ma una in particolare ci aveva colpito, sembrava un grido di sofferenza. Dopo quell’urlo c’è stato il silenzio. Passati 5 minuti, mia moglie ha deciso di uscire. Mi sembra stesse cominciando il telegiornale. Dopo un quarto d’ora circa è rientrata spaventata e mi ha detto: “C’è fumo sulle scale”. Allora mi sono messo gli zoccoli e siamo usciti insieme. Mia moglie era davanti. Dopo quattro gradini le sono passato davanti io. È stato allora che mi è apparsa questa persona sulla porta. C’era fumo, ma luce delle scale era accesa e l’ho riconosciuto distintamente. Era Olindo il mio vicino, così sono andato in fiducia: se c’è lui a dare una mano... ho pensato... e così mi sono avvicinato... Sono arrivato a un metro da lui, mi guardava fisso. Aveva uno sguardo d’assassino. Non dimenticherò mai quella faccia finché campo. Ho una fotografia dentro...».
Si inaridisce di colpo la voce roca di Frigerio. «Vuole fermarsi, facciamo una pausa?», chiede il presidente Bianchi. «Solo un momento», risponde il teste. Dalla gabbia Olindo e Rosa ascoltano impassibili. «Mi ha chiuso la porta in faccia. Poi si è riaperta all’improvviso, mi sono sentito trascinar dentro e mi ha buttato a terra. Mi ha preso per il collo e mi ha picchiato lo zigomo destro sul pavimento, ha iniziato a picchiarmi, sentivo un male terribile. Era choccante. Non capivo perché Olindo infierisse così su di me, sembrava una belva. Era sopra di me, col suo peso mi teneva fermo. Ho visto che ha tirato fuori un coltello, e mi ha tagliato la gola...». Pausa. «Volevo chiamare aiuto ma non riuscivo a muovermi. A Parlare. Mi sembrava che il sangue uscisse a fiotti. Non ce la facevo a muovere niente. Il fuoco veniva forte e mi sentivo bruciare. Ho pensato: o muoio bruciato o muoio dissanguato. Ho sentito arrivare due persone. Ma non so dire dopo quanto tempo, mi è sembrata un’eternità. Uno era il mio vicino Bartesaghi. Non riuscivo a parlare. Mi interessava solo salvare mia moglie. Allora ho fatto segno di andare di sopra. Dopo un po’ ho sentito che dicevano: qui ce n’è un’altra...».
Si ferma Mario Frigerio. Le parole gli si spengono in gola, fatica a trattenere le lacrime. Poi, ancora, si fa forza: «Avrei voluto sentir dire che mia moglie era viva. Che era ancora viva. Ma loro non dissero nulla».