La supertruffa: falsificato anche l’Unesco

Quanti sbrodeghezzi e potacci, per usare il lessico del padre di Natalia Ginzburg, si combinano in Italia appiccicandovi sopra i simboli di nobili organizzazioni dai nomi altisonanti? Sotto l’egida dell’Onu, per esempio. Premetto che non ho alcuna simpatia per certi uffici delle Nazioni Unite. Tanto per dire, l’Unfpa (Fondo per la popolazione), la principale agenzia per la contraccezione e l’aborto che esista sul pianeta, ha portato dentro il Palazzo di Vetro le politiche demografiche ispirate alle folli teorie eugenetiche dell’infermiera protofemminista Margaret Sanger, così enunciate nel 1919: «Più bambini dai sani, meno bambini dai deboli, questo è il principio del controllo delle nascite». Fino a ieri nutrivo tuttavia una moderata fiducia nell’Unesco, l’organizzazione delle Nazioni Unite per l’educazione, la scienza e la cultura, quella che compila la lista dei «patrimoni dell’umanità» da salvare. Fino a ieri. Sentite che cosa mi è capitato.
Venerdì scorso ricevo la seguente e-mail da un collega di Verona: «Buonasera. Per un giornalista è possibile venire ad ascoltare la tua lezione anche senza essere iscritto?». Iscritto a che cosa? Quale lezione? Mi sta prendendo in giro? Poi mi accorgo che al messaggio è allegato un dépliant. Lo apro: «Centro Unesco Verona», c’è scritto sotto il logo dell’Unesco. O, meglio, sotto un’astuta contraffazione: il frontone stilizzato del Partenone di Atene non è sorretto dalle sei lettere dell’alfabeto formanti la parola Unesco, bensì da sei colonne doriche. In compenso è attorniato dalla corona di foglie del simbolo Onu. L’intestazione recita: «Master in giornalismo». Accanto leggo: «Con il patrocinio di Commissione europea (Rappresentanza a Milano) e Regione del Veneto». Non sapevo che la Ue avesse una rappresentanza a Milano. Però la bandiera blu con le 12 stelle è quella ufficiale, inconfondibile, dell’Europa. Idem il marchio regionale col Leone di San Marco.
Scopro così di figurare tra i docenti del predetto «master», insieme con altri 19 colleghi, fra cui un vicedirettore, un ex direttore, un consigliere nazionale dell’Ordine dei giornalisti e cinque fra capiredattori, capiservizio e redattori del quotidiano L’Arena. Scopro anche che mi è stato assegnato un tema da svolgere: «L’intervista». Non basta, mi hanno pure fissato la data per la lezione: il 14 dicembre, dalle 18 alle 20. Senza mai contattarmi. E a dispetto della mia agenda, che per quella sera mi vede da tempo prenotato in tutt’altro luogo.
Sbalordito e indignato, per soprammercato mi casca l’occhio sul modulo da compilare: «Tassa d’iscrizione euro 200 + Iva. In caso di eventuale rinuncia non si ha diritto alla restituzione del versamento». Si direbbe una truffa bella e buona. Non so quanto bella, di sicuro non buona. Anzi, cattiva, cattivissima, perché consumata ai danni di poveri sprovveduti che s’illudono di poter diventare giornalisti in questo modo («max 35 partecipanti», «posti limitati», strilla qui e là il dépliant, per indurli a iscriversi). Una truffa doppiamente intollerabile, perché fa uso abusivo di un sostantivo, master, che a termini di legge può designare solo il titolo conseguito con un corso di specializzazione in discipline professionali presso un istituto post-universitario.
Interpello il collega che per primo mi ha messo in guardia. Mi spiega che i manifesti del «master» sono affissi in città e persino negli autogrill e che il dépliant si può scaricare anche da Internet. Vado sul sito del sedicente centro Unesco: la pagina poliglotta di benvenuto – sette lingue, fra cui cinese, arabo e russo – è copiata pari pari dal portale ufficiale delle Nazioni Unite. Un link rimanda al sito vero dell’Unesco.
Telefono ad altri colleghi coinvolti: tutti cascano dal pero. Invio una segnalazione all’Ordine dei giornalisti. Scrivo alla casella e-mail della presidente del falso organismo dell’Onu, ingiungendole, impregiudicata ogni altra azione legale, di pubblicare sul suo sito un’immediata smentita: «Stefano Lorenzetto non sa nulla del master in giornalismo, non ha mai inteso né intende parteciparvi ed è tuttora in attesa di conoscere dagli organizzatori in quale data, con che mezzo e indirizzandosi a chi avrebbe dato la sua adesione come docente. Resta il fatto, gravissimo, che nel frattempo è stato usato il suo nome – in dépliant, affissioni, Internet e mailing list – per procurare adesioni a un’iniziativa a pagamento e che sarebbe tuttora all’oscuro del suo coinvolgimento se la cosa non gli fosse stata casualmente segnalata da un collega».
A quel punto si scatena l’iradiddio. Il dépliant viene precipitosamente tolto dal sito e sostituito con la smentita. Il quotidiano locale avvisa i lettori che i suoi giornalisti nulla hanno a che fare col pastrocchio. Infine gli organizzatori avvertono «tutti coloro interessati all’iniziativa culturale, denominata “Master in Giornalismo”, che tale ciclo di incontri è stato annullato per imprevedibili disguidi organizzativi di cui, sin d’ora, ci scusa» (sic).
Se questi signori pensano di asciugarla così, si sbagliano di grosso. Scrivo alla Commissione nazionale per l’Unesco presso il ministero degli Esteri: «Desidererei conoscere quanti sono i centri Unesco operanti in Italia, in quali città, quali sono le loro finalità, in che modo si finanziano e come vengono eletti i presidenti». Passata una settimana, nessuna risposta. Complimenti al padrone di casa Massimo D’Alema: eccellente staff.
Visto che l’Unesco, quello vero, non lo fa, mi metto a indagare io. E vengo a sapere che il centro Unesco di Verona, sempre quello, in passato ha organizzato una gita a Parigi per anziani danarosi, con la promessa di fargli incontrare nella capitale francese il direttore generale del medesimo Unesco. A febbraio ha invece radunato un po’ di bella gente per il «Gran Galà Tzunami» (sic), 65 euro a persona tutto compreso, ballo mascherato «a favore delle popolazioni del sud-est asiatico colpite dal maremoto», con annessa lotteria il cui ricavato «sarà devoluto in solidarietà». Qualcuno avrà visto il rendiconto? Mi risuonano nell’orecchio, chissà perché, le parole che Antoine Vaccaro, fondatore di Excel, prima agenzia francese di marketing sociale, pronunciò proprio pochi giorni dopo lo tsunami: «Oggi l’aiuto umanitario è un mercato, con tanti concorrenti. Chiunque sia capace di intercettare l’offerta di generosità, ha un futuro davanti a sé».
L’anno scorso il centro Unesco, sempre quello, aveva promosso Thermae («appuntamento da non perdere» sul turismo termale), «partendo dall’assioma che l’Acqua è un bene da salvare per la salute ed il benessere di tutti gli Uomini». Costo degli stand: da 1.200 a 3.000 euro + Iva. Che c’entrerà l’Onu con una «vetrina promopubblicitaria» (definizione della presidente Unesco, sempre la stessa)? L’avranno saputo la Commissione europea, il ministro della Salute, il presidente della Regione e della Provincia, il sindaco e autorità varie d’aver fatto parte della «co-organizzazione» (sic)?
Non è finita. Il centro Unesco, sempre quello, ha varato altresì il «Progetto Ressurrezione», scritto due volte con la doppia «s»: mica male per essere l’organismo mondiale di tutela della cultura. E come si aderisce all’encomiabile iniziativa che si propone di soccorrere le popolazioni della Sierra Leone? Mettendosi in contatto con «Sergio ti aiuta» a Verona oppure con la Swalford associates, una società che commercia in marmi e graniti (della Sierra Leone, ovvio) e ha sede a Panama, al numero 6 di Levis Avenue. E di chi è il copyright sul sito del centro Unesco in questione? Guarda caso della Swalford associates. Meglio nota come «Sergio ti aiuta». Un ornitologo, forse. Infatti in tutte le pagine dell’Unesco ha inserito come simbolo animato un canarino Titti svolazzante. Nell’allegra compagnia manca solo Silvestro. Ma è fin d’ora sicuro che qui gatta ci cova.
stefano.lorenzetto@ilgiornale.it