Una surreale domenica da scudetto

Da Bari a Milano si gioca per un titolo che potrebbe già essere sfumato. Gol, rigori, ammonizioni, abbracci: i soliti riti in una giornata inutile

Tony Damascelli

Doveva essere l’ultima domenica del campionato 2005-06. Sarà l’ultima domenica del calcio. Di quel calcio, un altro calcio. Un’ora e mezzo di pallone, così, come se niente fosse, tanto per occupare il tempo, la testa è già affollata da roba grigia. Un’ora e mezzo ad aspettare un gol, un dribbling, una parata, l’ammonizione, l’espulsione, a leggere gli striscioni già conoscendone il testo e il destinatario. L’onda che sta travolgendo il football è soltanto all’inizio della sua corsa. È schiuma nera, maleodorante che sporca indiscriminatamente anche chi è estraneo al cancro.
E sia chiaro che una cosa sono gli illeciti e un’altra i commenti, una cosa gli accordi illegali e un’altra le opinioni e le battute, una cosa le telefonate tra amici, un’altra tra complici, anche se la piazza vuole tutto e altro, teste rotolanti e applausi. Questo è il rischio che va affrontato ma insieme con la fermezza nell’indagine e nel giudizio.
La vergogna è comune, come il senso di imbarazzo e di disagio, ma c’è l’ultima da giocare, uno scudetto da assegnare, un posto in Champions, qualcosa da definire per la retrocessione. Questo dicevano gli strilli dei giornali, fino a una settimana fa. Sembra l’altro secolo.
Ma, in verità, nulla sarà finito e definito, oggi. Perché non saranno i gol e le decisioni degli arbitri a fissare il risultato conclusivo delle partite di oggi e dunque del campionato. In altra sede verrà stabilita la classifica, quella che passerà alla storia come l’istantanea forte di piedi puliti.
Come può la Juventus pensare allo scudetto? Perché mai i suoi calciatori dovrebbero festeggiare il ventinovesimo titolo, già temendo di dover rinunciare anche al ventottesimo? Che cosa faranno i suoi dirigenti in tribuna? Alzeranno le braccia al cielo? Piangeranno? Protesteranno? Che cosa urleranno i tifosi delle altre? Le poche escluse dal giro dell’inchiesta preparano carte e comportamenti per difendere i propri interessi, di immagine e di pecunia. Chi è rimasto invischiato chiede chiarezza, giustizia, rispedisce al mittente le accuse. Gli uomini della politica si muovono per illustrare lo scenario attuale e disegnarne il prossimo, la stampa straniera illustra con frasi ad effetto la vicenda tipicamente (!) italiana. Anche il Vaticano esprime il suo disgusto.
Inutile intervistare, inutile tentare di conoscere la verità davanti a un microfono. Oggi il calcio recita la commedia più falsa di tutte e al tempo stesso più verosimile, una contraddizione doverosa, irrinunciabile. Si sarebbe potuta decidere anche la sospensione del campionato, con una giornata di anticipo. Se ci fossero ancora delle autorità capaci di sottoscrivere un simile atto. Ma c’è un vuoto di potere, così come si è registrato il vuoto del resto. Qualcuno andrà allo stadio con la bandiera, ci saranno bambini ignari dell’accaduto, indosseranno la maglietta di un calciatore noto ma coinvolto con la squadra illustre, verrà loro spiegato che comunque è un gioco e che il lupo cattivo sta dall’altra parte, sempre.
Questa però non è una fiaba a lieto fine. Qui, al contrario, molti hanno vissuto felici e vincenti fino a quando l’incantesimo non si è rotto, anzi frantumato. Chi ha compilato ieri la schedina del totocalcio deve essere un vero, fedele, praticante del gioco d’azzardo più che un tifoso di football. Chi oggi si metterà davanti al televisore per osservare quello che accadrà nei vari stadi sarà stimolato anche da una parte morbosa. Questa domenica di maggio dovrà scivolare via in fretta, portandosi appresso tutte le macerie e il veleno. Domeniche di quel calcio. Ce ne sono state troppe. Non ce ne dovranno essere altre.