Susan, una donna sull’abisso Perde la faccia e salva l’onore

La colpa non è veniale: nasci e hai subito la Bmw, che non è una semplice macchina, ma un’azienda imperiale, eppure in età adulta butti nella spazzatura questa faraonica lotteria cadendo come un’oca qualsiasi tra le fauci di un gigolò cialtrone e ricattatore. Già questo modo di sbattere via tutto, se stessi prima ancora del proprio patrimonio, risulta incomprensibile e imperdonabile quando l’autore dell’impresa è maschio e giovane, vedi Lapo per non fare nomi, figuriamoci quando è femmina e ormai signora, nonché sposata da vent’anni e madre di tre figli. Non ci sono attenuanti: Susanne Klatten, ereditiera Bmw, la donna più ricca di Germania, non ha speso benissimo i talenti che s’è trovata tra le mani. Per una storiella d’avanspettacolo, nata tra i lettini di un Centro benessere e portata avanti negli alberghi di Monaco, li ha consegnati a un bellimbusto ruffiano, rotolando fino al gradino più basso, nel fango di una storia squallida e pacchiana. C’è chi per questo la trova patetica e odiosa, tanto da finire in qualche modo per simpatizzare con il gigolò giustiziere Helg Sgarbi, manco fosse un Robin Hood della nuova era, sfrontato e imprendibile, agilissimo a saltare da un letto all’altro come l’eroe della foresta saltava da un ramo all’altro.
Ma davvero questo Sgarbi di Germania, piacione e impunito, merita una qualche forma di inconfessabile complicità, cioè quel genere di sottile indulgenza che si concede bonariamente alle simpatiche canaglie?
Vista da qui, dall’Italia che ha eletto Corona a «special guest», a ospite d’onore di reality televisivi, talk-show e feste patronali, questa vicenda in bilico tra Boccaccio e film natalizio di De Sica sembra quasi incomprensibile. Nella terra dei cachi, queste storie si accomodano sempre, in qualche maniera. La reputazione, prima di tutto. Una soluzione la troviamo, con piena soddisfazione di entrambe le parti: ricattati e ricattatori. E se in tribunale bisogna proprio andarci, perché qualche rotella ha girato male, o qualcuno l’ha oliata male, la reputazione sempre prima di tutto: davanti ai giudici, la pietosa raffica dei non so, non mi pare, non ricordo. Tanto per essere meno generici: senza Lapo, l’unico a opporre resistenza, il processo Corona sarebbe già chiuso con sentite scuse all’imputato.
Sì, vista da qui, la storia di Lady Bmw rischia di essere incomprensibile. Non è concepibile che con la sua potenza e il suo patrimonio non abbia trovato il modo di mettere tutto a tacere prima. Prima dello scandalo, prima dell’umiliazione, prima della vergogna mondiale. Non l’ha fatto. Mentre altre tre tardone del suo rango sono rimaste nell’ombra, pagando pesantemente il silenzio del ciarlatano gigolò, dimostrando che comunque non solo gli italiani sono all’italiana, lei l’ha denunciato e l’ha trascinato in tribunale. Ha salvato molti euro, ma ha perso tutto quello che conta: negli uffici marketing direbbero l’immagine, in realtà è qualcosa di molto più importante, la dignità. Umiliata, derisa, svergognata. Una famiglia nel frantoio del gossip, un marchio glorioso ricoperto di ridicolo. Eppure è andata fino in fondo. È scesa nel fango, ha frugato a mani nude per ritrovare la dignità perduta, e finalmente l’ha ritirata fuori da tanto squallore, ripulendola davanti alla giustizia. Sono gesti che costano. Pochi se li permettono, perché i soldi non servono, nemmeno tutti i soldi di un’intera Bmw. Sono gesti che si pagano in semplicissimo dolore.
Si potrebbe dire adesso che tanta vergogna le sia finalmente valsa una grande vittoria: il De Sica delle sue avventure alberghiere ha confessato, ha chiesto scusa e s’è preso sei anni (tutto in un’udienza: da noi, un’udienza non basta nemmeno per appoggiare le borse). Da un punto di vista giudiziario, un trionfo. Eppure non è niente in confronto al vero risultato: dopo questo tagliando, Lady Bmw può ripartire in un altro modo. Guardandosi nello specchietto retrovisore, non si vergogna più per la faccia che vede. L’ha salvata all’ultima curva, prima di finire in testacoda.