Susan Mingus: «Ecco l’anima di Charles»

Franco Fayenz

da Ravenna

Il punto di forza della trentaduesima edizione di Ravenna Jazz, che si tiene al Teatro Alighieri da oggi a mercoledì, è la presenza in esclusiva italiana della Mingus Dynasty. Si tratta di un settetto, cioè della più piccola delle tre formazioni che eseguono le opere di Charles Mingus e ne continuano il messaggio. Le altre sono la Mingus Big Band e la Mingus Orchestra, anch’esse riunite e guidate da Susan Graham Mingus, la vedova dell’indimenticabile compositore e contrabbassista.
Susan, in questi stessi giorni si pubblica I am three, il primo cd in cui suonano tutti e tre i gruppi. Il titolo è allusivo?
«Sì, ripropone anche l’inizio dell’autobiografia di Charles, che diceva "Io sono tre persone: una senza emozioni, un’altra molto violenta, la terza piena d’amore". L’accostamento mi piace».
Sul disco c’è un’etichetta mai vista, «Susan Mingus Music». Che significa?
«Ho deciso di imitare Dave Holland, che dopo più di trent’anni ha lasciato la sua casa discografica per mettersi in proprio e fare ciò che vuole. Anch’io ho tante cose da pubblicare, soprattutto musiche stupende di Charles degli anni Sessanta: un concerto inedito con Eric Dolphy, partiture scritte e mai eseguite per il festival di Monterey, eccetera».
Ma Mingus era davvero quelle tre persone che diceva di essere?
«Tre? Direi piuttosto trentatrè, cento, mille o più, tante persone quante erano le sue composizioni. Eravamo agli antipodi, lui inafferrabile e io riservata per via delle mie origini borghesi. Eppure ci siamo amati moltissimo».
Lei sapeva che Mingus lavorava a Epitaph, la grande opera sinfonica che fu eseguita postuma sotto la direzione di Gunther Schuller?
«No. Noi ci siamo conosciuti nel 1964 ed Epitaph era già pronta nel 1962. Dopo, Charles può averla corretta con qualche aggiunta, ma nient’altro. Infatti volle presentarla nell’ottobre 1962 in un concerto alla Town Hall di New York, ma fu un disastro perché i musicisti non erano preparati. Non ci provò più».
È vero che detestava i jazz club?
«Sì, perché - sono parole sue - "non puoi offrire buona musica a gente che parla, mangia e beve mentre suoni". Eppure ci siamo incontrati per la prima volta al Five Spot di New York».
Che rapporto aveva con Eric Dolphy?
«Di grande profondità spirituale. Lo ammirava, lo amava. Quando arrivarono in tournée in Europa nell’aprile 1964 e Dolphy gli disse che voleva restarci per un anno, Charles cercò in tutti i modi di farlo rientrare con lui negli States, ma non ci riuscì».
Mingus era un sensitivo...
«Sì, faceva un po’ paura. Aveva intuito che Eric Dolphy non sarebbe più tornato e gli dedicò il brano So long, Eric, ironico e disperato insieme».
Credeva davvero nella reincarnazione?
«Ne parlavamo durante la sua malattia. Gli dicevo "però tu ritornerai" e lui mi rispondeva sempre, dolcemente, "ma io non partirò"».
Mingus usava ringraziare i suoi nemici che, in quanto nero, lo avevano costretto a diventare un contrabbassista di jazz invece che il primo violoncellista di un’orchestra sinfonica.
«È vero. Ma l’impegno in un’orchestra sinfonica avrebbe limitato la sua attività principale, quella di compositore».