Susanna Tamaro. La grande casa bianca

Pubblichiamo, quasi interamente, il racconto che Susanna Tamaro ha scritto in occasione della ventesima edizione della Fiera del libro di Torino. Il testo è stampato da Rizzoli in 1.500 copie in edizione speciale, distribuito gratuitamente

Susanna Tamaro
Vivevamo nella grande casa bianca noi due, il cane e un numero imprecisato di altri animali che passavano da noi solo a nutrirsi. La casa era situata sul limite estremo dell’altipiano; in quel punto esatto il vento, dopo aver percorso le pianure e i monti dell’Europa occidentale, con un salto simile a quello delle montagne russe si gettava a morire nel mare.
Ci eravamo conosciuti abbastanza casualmente, in treno, seduti uno di fronte all’altro leggevamo lo stesso libro. È stata lei la prima a sorridere per la combinazione. Per due anni sono andato a farle visita ogni settimana. D’estate prendevamo il tè sotto la pergola, d’inverno in salotto davanti al camino. Tra i due era lei la più spiritosa.
Poi un giorno, per circostanze impreviste, mi sono trovato senza più un luogo dove abitare. Allora lei, come fosse la cosa più naturale del mondo, ha detto: «Vieni qui» ed io con il mio cane sono andato a vivere nella grande casa bianca. La mia stanza era al pianoterra, la finestra dava sulla chioma di un albicocco. Non ho mai avuto un lavoro fisso e in quel periodo non ne avevo alcuno, passavo la più parte del tempo tra la casa e il giardino. Quando cominciarono le prime chiacchiere maligne mi comprai un cappello con la visiera e presi a portarla in giro come fossi un autista. «Dove va la signora?» le chiedevo ogni mattina aprendo la portiera. E lei «Dallo scià di Persia» oppure «Sulla luna, grazie». Io avevo venticinque anni e lei ottanta.
Insieme ci divertivamo come due bambini chiusi in una capanna, lontano dai grandi.
C’è la passione adesso di classificare ogni tipo di rapporto, le pagine interne dei settimanali sono piene di inchieste, di test. Cosa succede se il vostro lui è più giovane? Siete dominanti o sottomessi? Perversi o casti? Fate una crocetta qui, una crocetta là e lo saprete. Così, nel mio rapporto con Marta, potevo mettere le crocette dappertutto. Eravamo un caso non risolto di Edipo, una gerontofilìa esasperata, un rapporto sadomasochista, una squallida storia di interesse e mille altre cose ancora. Per il senso comune appartenevamo senz’altro alle categorie più oscure, alle più sordide. E in effetti, nei primi tempi della nostra movimentata convivenza, anch’io ero convinto che fosse così. \
Un giorno, durante un pomeriggio di pioggia, seduti in salotto le avevo detto: «Da bambino andavo sempre sotto i tavoli o dentro gli armadi». Lei aveva riso allegra. «È bello vedere le cose da un’angolazione imprevista». È così. Cambiando prospettiva alle cose, ci si fa compagnia per un tratto di strada.
È però anche vero che lei non aveva figli ed io non avevo nessuno al mondo, che io la maltrattavo e lei sopportava, che lei era ricca ed io no. Era tutto ciò ma era anche qualcos’altro. Forse per capire l’amore bisogna essere nudi, senza nulla intorno, distesi sulla nuda terra come se si fosse già morti. In questo modo almeno l’ho capito io. L’ho capito tardi, però, quando già le cose avevano preso un corso che non era più possibile modificare.
Il vento qui viene senza alcun preavviso, quando scende soffia furioso per tre giorni interi. Così deve essere perché, nei giorni precedenti il vento, mi aggiravo per casa come una bestia furiosa. Litigavamo in quei giorni, o meglio, io litigavo a voce alta con me stesso, lei si difendeva o cercava di difendersi con il silenzio. Mi svegliavo digrignando i denti e andavo avanti e indietro per la casa percuotendo le porte con calci, sferrando pugni alle tende. Se per pranzo lei aveva deciso di fare del riso, buttavo via il piatto dicendo: «Voglio del pesce»; se faceva pesce, volevo del riso. Per un po’ lei mi assecondava, poi lasciava cadere le braccia lungo il corpo e con la testa bassa si ritirava nella sua stanza.
Allora con Dik, il cane, me ne andavo per la campagna. Per ore e ore camminavo sull’altipiano, tutto era giallo, tutto era immobile, arso; gli alberi e le piante sembravano dipinti. Camminavo ancora e ancora e più camminavo in quell’aria ferma e calda, più qualcosa a cui non so dare il nome mi cresceva dentro. \ Lungo la strada del ritorno Dik procedeva spavaldo, le lunghe orecchie spinte indietro dal vento. Io mi stringevo la giacca addosso e cantavo a voce alta una canzone. La grande casa bianca si intravedeva appena dopo l’ultima curva.
Lì c’era lei. Al mio ingresso non alzava mai lo sguardo dal libro, sembrava assorta o offesa. In quell’attimo immobile poteva succedere qualunque cosa, poteva succedere ma non succedeva perché alla mia prima parola allegra quasi sempre l’incantesimo si rompeva. Dico «quasi» perché un giorno, al rientro da una crisi particolarmente violenta, lei invece di ridere alla mia battuta è scoppiata a piangere. «Cosa vuoi da me?» diceva. «Lasciami in pace, non capisci che sono una povera vecchia?!...» Allora mi sono seduto sul bracciolo e l’ho stretta a me. «Perdonami» le ho detto. «Perdonami, non so cos’ho in testa».
L’ho baciata sulla fronte, le ho accarezzato i capelli e le spalle, e solo allora mi sono accorto della sua fragilità, di quanto era davvero vecchia. Per diversi anni, sebbene fosse contro natura, sono stato convinto che sarei morto prima di lei. E infatti nei momenti di furore, quando il vento incubava cupo oltre i monti dell’Est, spesso le gridavo in faccia: «Ecco, adesso mi ammazzo, muoio!». Lei sorrideva mite. «Mi dispiace, ma credo tocchi prima a me».
Le rare volte che ne parlava non mostrava alcun timore. Diceva «quando morirò» come se dicesse «quando metterò il cappotto in naftalina». Aveva un unico rammarico, di non sapere cosa avrei fatto io rimasto solo al mondo.
Una volta, dopo una giornata particolarmente faticosa, mi lasciò un biglietto sotto il cuscino. Nella sua grafia tremolante c’era scritto: «Un giorno sarò una mosca: grande, pelosa e insistente, ti ronzerò sempre intorno».
Il giorno dopo soffiava il vento, in turbini violenti portava con sé petali e foglie. Lei aveva appena finito di leggere un libro sul Giappone. «Pensa che bello» mi disse «i giapponesi fanno lunghe gite soltanto per vedere i ciliegi in fiore». Tirai subito fuori dal garage la macchina. Per tutto il pomeriggio andammo avanti e indietro sull’altipiano alla ricerca di qualcosa che valesse la pena di essere visto. Ogni tanto scendevamo dall’auto, con un braccio teneva stretto il mio, con l’altro il cappotto; aveva le guance arrossate dal vento come una adolescente.
Lungo la strada del ritorno, al vento si unì la pioggia. Batteva così forte che il tergicristallo non riusciva a scansarla. Sebbene fosse aprile, sull’asfalto cominciò a formarsi una striscia di ghiaccio. Ad ogni curva rischiavamo di finire fuori strada. Quando arrivammo a casa ero molto nervoso. Nel tragitto dal garage a casa, Marta fece ciò che non avrebbe mai dovuto fare. «Il tuo cane» disse «scava troppe buche in giardino». Non era proprio il momento per un’osservazione di quel tipo. Mi infuriai. Dopo aver aperto a calci la porta d’ingresso, raggiunsi urlando la mia camera e mi chiusi dentro.
Più tardi udii il passo strascinato delle sue ciabatte risalire il corridoio. Si fermò davanti alla mia stanza e restò lì in silenzio. Voleva sgridarmi? Chiedermi scusa? In quel momento la odiavo. Con le mani sulle tempie dissi tra me e me: «Vattene vecchia, sennò ti ammazzo». Esiste la telepatia? Non esiste? Non avevo aperto bocca eppure lei mi sentì. Dopo un minuto di silenzio, le sue ciabatte si mossero lente nella direzione opposta. \
Quella notte la casa gemeva come un veliero, c’erano sibili, schiocchi e improvvisi schianti; tra il sonno e la veglia mi accorsi di un’imposta all’improvviso rotta, sentii perfettamente ripetersi i suoi colpi secchi. Poi vi fu una breve pausa. Anche il vento deve riprendere fiato, prima di esplodere si arrotola su se stesso come una molla capricciosa. Nella pausa successe qualcosa o perlomeno credo, perché Dik, che dormiva ai miei piedi, si alzò e cominciò a uggiolare, ad andare avanti e indietro per la stanza. \ All’inizio il sentiero attraversava un bosco di pini neri. Al suolo c’erano solo pietre bianche e un tappeto di aghi ingialliti. Sono lugubri questi boschi, per il tipo di terreno e per l’acidità delle foglie, sotto non vi cresce niente. Invece di sollievo, danno inquietudine; sembrano un paesaggio sopravvissuto ad una qualche catastrofe chimica.
Cominciai a pensare a me stesso. Io sono, pensai, come quel bosco di pini: allampanato e ossuto mi spingo vanamente verso il cielo. Intorno a me non cresce niente. A quest’osservazione, stranamente, anziché cogliermi il disgusto, mi invase una sorta di sollievo. Una ghiandaia volò bassa davanti a me. Aveva il becco pieno di fili per il nido. Tutto cambia, mi dissi, tutto può cambiare. Ormai mancava poco alla cima, già sentivo sul volto e tra i capelli la brezza lieve e costante che sfiora le vette più alte. Com’era diversa dal vento della notte! Invece di furore portava quiete. \
Mi sdraiai, Dik si accucciò al mio fianco. Sopra di noi due astori, in caccia mattutina, salivano e scendevano immobili tra le correnti d’aria. Chiusi gli occhi e nel buio dietro le palpebre subito comparve Marta. Le sue pantofole avanzavano a fatica nella penombra del corridoio, poi c’era lei a figura intera, sprofondata nella poltrona del salotto con un libro in mano, lei che toglieva dal forno una torta e esclamava: «Ecco qua!» come una bambina che ha fatto una prodezza. Poi ci fu buio e solo le sue mani, piccole e ossute, che stringevano forte le mie mentre diceva: «Non ti preoccupare. Passa la gioventù e passa tutto».
Marta era lì, viva e presente, seduta accanto a me sul monte. Era, ad un tratto lo sapevo, l’unica cosa vera della mia esistenza. A questo pensiero se ne accompagnò un altro. Pensai: si può essere ignoranti dell’amore come dell’alfabeto. Così ero stato io. Per aver molto pensato e letto credevo di sapere tutto, invece ero cieco, sordo. Ero muto. Senza che me ne accorgessi, con caparbia pazienza lei mi aveva aperto gli occhi, le orecchie, ad uno ad uno aveva sciolto i nodi della lingua. \
All’improvviso mi sentii guarito e, nell’euforia della guarigione, mi dissi ch’era giunto il tempo di invertire i ruoli. Avrei avuto cura di lei, della sua vecchiaia come lei fino a quel momento l’aveva avuta della mia giovinezza.
Intanto, correndo senza mai fermarci, eravamo usciti dal bosco. Avevamo quasi raggiunto il paese quando una fitta dolorosa al cuore mi costrinse a fermarmi. Non ero più abituato a simili sforzi. Chiamai Dik con quanta voce era possibile ma non mi udì o non volle udirmi e con la coda in aria quasi subito sparì tra i vicoli. Allora posai le mani sulle gambe come le posano i giocatori stanchi ai bordi del campo e mi piegai ansimante.
Mentre stavo lì immobile con il fiato nelle orecchie, mi tornò in mente l’inquietudine del cane nel cuore della notte. Era successo davvero qualcosa? Oppure era solo suggestione? Il respiro accelerò di nuovo, divenne più forte di quando correvo. Risentii quel flebile suono in mezzo al vento e risentendolo seppi cos’era, quel rumore era la voce di Marta. Si era alzata ed era caduta, aveva avuto un malore, era morta oppure da molte ore, da troppe, giaceva gemendo ai piedi del letto. Incurante del dolore mi rimisi in cammino, attraversai le strade scansando con rabbia persone e cose, imprecando. Solo all’ultima curva, quando in fondo comparve la grande casa bianca, le bestemmie all’improvviso si trasformarono in preghiere. «Fa’ che sia ancora viva, fa’ che sia ancora viva» mormoravo tra me come un bambino. Il cielo intanto s’era abbassato, con un manto uniforme e opaco schiacciava il paesaggio. \
Se Marta quella notte fosse davvero morta avrei potuto piangere, maledire per sempre la crudeltà del destino. L’unica cosa davvero grave, invece, fu che quel mattino uscendo dimenticai le chiavi e fui costretto a suonare. Al primo trillo, la casa restò davanti a me inanimata e buia. Al secondo ancora non accadde nulla. Mentre già un’umida foschia mi saliva agli occhi, suonai la terza volta. A quel punto, insperato, accadde il miracolo. Si accese la luce delle scale e dopo un minuto o meno s’illuminò anche l’ingresso. Fui pervaso dalla felicità dei cani, quella del corpo, pura.
Attesi il «clac» del cancello, lo attesi per un po’ e non venne. Forse, pensai, ascolta la radio a volume troppo alto oppure è in bagno con tutti i rubinetti aperti.
Suonai e attesi. Attesi e suonai per più di mezz’ora. Lasciavo il dito fermo sul pulsante per minuti interi. Scansavo le foglie d’edera del cancello e guardavo dentro. Ad intervalli irregolari continuavano ad accendersi le luci. Quando credetti di intravedere la sua figura passare lenta dietro le tende dell’ingresso, iniziai a gridare forte il suo nome, a colpire le inferriate con pugni e con calci. Dik intanto abbaiava, cercava di aprire un tunnel sotto il cancello.
Non so quanto tempo passammo a quel modo. Quando con grandi gocce iniziò a piovere, mi accorsi che i miei pugni sanguinavano. Il cane scosse l’acqua dal pelo; poi, invece di riprendere a scavare, s’accucciò a terra e, il muso posato sulla zampa, sospirò forte. Allora piegai le gambe anch’io, scivolai verso il suolo come un fantoccio. Gocce gelate dal colletto mi scendevano lungo la schiena. Così, seduto in una pozzanghera, con i capelli appiccicati al cranio, ad un tratto mi arresi.
Avevo capito cos’era successo.
Il mattino seguente la conferma. Fuori dalla porta, raccolte in due enormi scatoloni c’erano tutte le mie cose. Ormai da un anno, assieme a Dik, vago per l’altipiano. Ogni notte raggiungo la grande casa bianca e aspetto. I bambini del paese mi chiamano il matto degli orsi e, nel vedermi, ridono rumorosamente. Quando da est scende il vento ghiacciato, anziché andargli incontro come un tempo, cerco riparo e con le mani mi tappo le orecchie. Non voglio più sentire nulla, essere nulla. L’ho detto. Per comprendere l’amore bisogna essere nudi e senza nulla intorno, distesi sulla nuda terra come dopo la morte.