Susanna Tamaro: "Io antimoderna"

Intervista alla scrittrice che confessa il suo disagio nel mondo frenetico di oggi. E spiega come lo cambierebbe

Te l’aspetti fredda, distante, introversa. Ma quando sorride, superando la timidezza «piacere, Susanna Tamaro», golf e occhiali azzurri, capisci che potrebbe essere solo un cliché che ti sei fatto leggendo troppo sul suo conto. E così, mentre la ascolti, scopri che è una persona serena, dall’eloquio fluviale ma denso, gli occhi stupiti. Una persona semplice, che sa chi è: «Sì, una convinta antimoderna». E alla fine dell’intervista, ripensandoci, resta il dubbio che forse siamo noi benpensanti del circo della comunicazione e della politica e delle case editrici, a voler addomesticare il suo spirito un po’ selvatico, come se, quasi irritati dal suo starsene in disparte, volessimo a tutti i costi farla entrare nel gran mondo - sapete, era amica di Moravia, frequentava Fellini... - dicendole: ehi, Susanna, guarda che è qui la festa!
Il suo nuovo libro, Luisito. Una storia d’amore (Rizzoli, pagg. 156, euro 12), ha per protagonista Anselma, una maestra elementare settantenne, vedova, prigioniera di un passato pieno di delusioni: del matrimonio, dei figli, della scuola che l’ha ingiustamente cacciata. Anche il presente, però, è dominato dall’amarezza, lenita solo dal ricordo dell’unico rapporto positivo, quello con un’amica di gioventù, Luisita, che l’aveva messa in guardia dalla rozzezza del futuro marito, e dal ritrovamento di un pappagallo, appunto Luisito, che rallegrerà la sua casa.
In questo libro che racconta più una storia di solitudine che di amore, c’è la summa del Tamaro-pensiero. Innanzi tutto, l’idea negativa della famiglia e del matrimonio come traguardo automatico: «Deriva dalla mia esperienza personale: la famiglia non è un luogo felice per contratto. Vedo troppi giovani sposarsi senza la consapevolezza che metterla su è un fatto di durata. Invece, finita l’ebbrezza dell’innamoramento, ci si adagia su una sorta di sciatteria affettiva, un tappeto di doveri sociali. Infine, si pensa che basti cambiare partner per risolvere il problema. Che invece si ripresenta puntuale. Allora si cambia ancora, innescando quel consumismo dei sentimenti che fa e disfa legami e case». Invece? «Preferisco la capacità di sacrificio che c’era una volta, quando si sapevano accettare gli alti e bassi e si andava comunque avanti. Per tornare all’oggi, credo che se non si ha un orizzonte cui guardare, la percezione del bene e del male, si può solo navigare a vista, dentro una fragilità le cui manifestazioni più tragiche finiscono in cronaca».
Al secondo posto nell’architettura del libro e nella biografia dell’autrice c’è il rapporto con gli animali. Il pappagallo Luisito colora con le sue piume la routine di Anselma... Basta un pappagallo a riscattare una vita grigia? «A differenza dei cani, i pappagalli parlano, quindi toccano tasti emotivi diversi. Per una persona anziana e sola un animale può essere una leva, un mezzo. Conosco tante vecchiette costrette a uscire e perciò a fare incontri che altrimenti non farebbero a causa del loro cagnolino. Certo, gli animali non devono diventare surrogati degli esseri umani. Mi spavento quando vedo che si fa il regalo di Natale al barboncino o proliferano gli psicologi per cani».
Terzo argomento: la condanna della scuola cui fa da contrappeso l’ammirazione per le maestre di una volta. «Sono le maestre che hanno rimesso in piedi l’Italia. Con il loro sacrificio, con la loro pazienza. Oggi la scuola è un distributore di gadget e di un sapere politicamente corretto. Mio figlio sa tutto sulle piogge acide... Sì, che bello... E il sistema metrico decimale? Penso ai nostri governanti: lasciare la scuola in questa deriva significa non aver a cuore il futuro del Paese. Se la fata Turchina mi chiedesse che cosa voglio diventare chiederei di fare il ministro della Pubblica istruzione per una settimana. Abolirei i crediti e i debiti formativi, ripristinerei i voti e gli esami di riparazione. Imporrei la pratica del silenzio perché è l’unica strada che ci educa a guardare dentro noi stessi. Proverei a fermare l’eccitazione sensoriale che pervade i nostri ragazzi, sempre più incapaci di pensiero critico, ma molto bravi a reagire a uno stimolo istantaneo, da videogame. Credo che i ragazzi chiedano impegno e serietà». Sentenza finale: «Genitori che si dividono o assenti, capacità educativa della scuola ridotta al lumicino, invadenza della televisione e simili: i bambini e gli adolescenti sono le vere vittime del nostro tempo».
Ultimo elemento è la poesia, argomento d’elezione tra Anselma e l’amica. Che cos’è per lei? «È l’epifania di un fatto nascosto. L’altro giorno, scesa da un autobus affollato di un pomeriggio uggioso, svoltato l’angolo mi sono trovata di fronte a un’enorme mimosa in fiore. Ecco...».
L’intervista si svolge in un bar appartato di una piazza di Trastevere, zona pedonale con chiesetta e pochi passanti. La scrittrice ha un monolocale qui vicino, conservato dai tempi in cui studiava alla Scuola di cinematografia e ora adibito alle rare necessità pubbliche che il suo secondo lavoro le impone. L’altra casa, un casale ristrutturato dalle parti di Orvieto che condivide con la sceneggiatrice Roberta Mazzoni, ha a che fare con la sua prima occupazione che è, in realtà, una filosofia di vita: «Amo stare tra gli alberi e a contatto con gli animali, ma soprattutto coltivare il silenzio», dice sottolineando che conduce una vita benedettina. «Ed è così da prima che diventassi famosa. Il mio desiderio di stare nel bosco non ha niente a che vedere con l’atteggiamento estetizzante dello scrittore... Mi alzo presto e mi occupo - da adesso fino all’autunno - dei lavori agresti: seminare, potare, curare le piante, innestare. Curo l’orto, il piccolo frutteto e l’uliveto, assistita dal mio fedele aiutante peruviano. Mi piace molto seguire le piante e credo sia importante affiancare sempre, all’attività intellettuale, un lavoro manuale. Nel pomeriggio studio, disegno, vado a trovare qualche persona e, fino all’ora di cena, pratico e insegno arti marziali. La domenica faccio passeggiate a piedi o in bicicletta con alcune amiche».
Difesa della famiglia, vita in campagna, silenzio, arti marziali, poca tecnologia: è il profilo di una grande antimoderna... «Certamente. Trovo che in questi anni si sia imposta un’antropologia che ha impoverito l’uomo, facendogli perdere la sua grandezza. Non c’è comunicazione, non c’è incontro tra le persone. Viviamo isolati nel frastuono che ci avvolge, solitudini coperte dalle cuffiette». Susanna Tamaro è stata a un passo dal candidarsi nella lista Pro-life di Giuliano Ferrara. Invito che, pur condividendo la battaglia del direttore del Foglio, ha declinato, gelosa della propria riservatezza. Ora si dice che le elezioni non siano la situazione adatta per discutere di aborto... «All’inizio, avevo l’impressione che potesse essere uno spreco di energie, mentre adesso, vedendo le reazioni, le riflessioni e il grande movimento che si è creato intorno, mi sembra una provocazione giusta e necessaria per riportare il discorso sull’uomo anche in politica. Parlare di aborto vuol dire affrontare il nodo cruciale della maternità e della totale inadeguatezza dello Stato al suo riguardo. Sette anni fa ho aperto, in collaborazione col Comune, un asilo nido nel paese in cui vivo e l’anno scorso il paese ha ricevuto un premio per la gran quantità di bambini che sono nati durante l’anno. Sarà una combinazione, ma certo, una cultura della vita - che vuol dire asili nido dai costi accessibili, aiuti economici, facilitazioni e sgravi per le donne in attesa di un figlio - probabilmente ridurrebbe molto il numero degli aborti. Anche questa è politica, forse la politica di cui abbiamo più bisogno: occuparsi dell’essere umano».
Le chiedo se la Chiesa ha qualche responsabilità nella crisi dell’uomo del Terzo millennio... «Ma qui l’intervista dovrebbe ricominciare... Seguo con passione, da credente, gli interventi della Chiesa sulla vita pubblica e trovo che, a volte, alcuni prelati si perdano in chiacchiere, puntualizzando comportamenti di secondaria, se non terziaria, importanza. Mentre l’uomo di oggi ha bisogno di parole che tocchino la profondità del suo mistero. Temo che la Chiesa attraversi una crisi pericolosa perché ha perso il contatto con i giovani. Nelle chiese la domenica si vedono solo teste grigie. Una crisi può servire a crescere se la prendi in mano e la fai lievitare. Se la nascondi, sei votato all’estinzione o alla marginalizzazione. Vedo molta disperazione nelle persone e una certa incapacità a parlare a questa disperazione».
Maurizio Caverzan