Suspense in stile Usa

C’è stato un momento, durante la lunga notte elettorale, in cui ho sentito che mi stava spuntando un sorrisetto di superiorità. È stato quando uno dei guru della Sinistra Pensosa (da distinguersi da quella allegra e fanciullona delle prime ore di scrutinio) ha cominciato a discettare se l’Italia uscisse o meno «spaccata in due» dalle elezioni dell’aprile 2006. Subito dopo un suo amico e collega ha incalzato accusando la supposta nuova opposizione di pianificare una specie di caos per rendere ingovernabile un Paese, appunto, così «spaccato». È cosa da Franti (il cattivo del libro Cuore) sorridere in occasioni del genere, ma la tentazione, lo giuro, mi è durata solo un attimo: ed è stato quando mi sono tornate alla mente le lunghe notti elettorali che mi è capitato di vivere negli Stati Uniti; molte delle quali contrassegnate dallo spettro che pressappoco al cader del tramonto del 10 aprile 2006 è cominciato a calare sulla Penisola: quello della Rimonta. Quella, in questo caso, di Berlusconi nei confronti di Prodi, del centrodestra nei confronti del centrosinistra. E ho rivisto le facce dei commentatori delle varie reti televisive americane, con stampata sul volto nove su dieci una identica costernazione. In particolare ho pensato a quel primo martedì di novembre dell’anno 2000, quando i network proclamarono all’unisono Albert Gore presidente degli Stati Uniti, dopo la sua vittoria in Florida, l’ultimo grosso Stato rimasto a lungo incerto. Per un paio d’ore è parso che le cose andassero proprio così e, nonostante che i guru americani siano in genere meno verbosi dei nostri, sono state due ore non tanto di suspense quanto di considerazioni ponderate sull’inevitabile. Se Gore aveva vinto una corsa testa a testa era perché era ineluttabile che andasse così, perché l’intera storia politica americana degli ultimi decenni conduceva, con la ferrea logica della Storia, a una vittoria del candidato democratico sull’onda dei successi di Bill Clinton negli anni Novanta e a sigillo del «ripudio» della «era Reagan» continuata in qualche modo da George Bush padre. Era come se il Fato, non milioni di scelte individuali in parte casuali o umorali, avesse infilato la scheda nell’urna pronunciando un giudizio inappellabile. Il candidato repubblicano, poverino, era segnato quasi dalla nascita al ruolo di ultimo epigono: un altro George Bush, figurarsi, un provinciale del Texas che nuotava contro la corrente impetuosa dei Tempi Nuovi. Una ricostruzione minuziosa non dei suoi errori tattici durante la campagna elettorale, bensì della «degenerazione» del tessuto politico repubblicano, la necrosi del conservatorismo di fronte all’emergere dei ceti nuovi, delle nuove tecnologie, della nuova coscienza sociale eccetera.
Due ore e, mi pare di ricordare, qualche minuto. Poi è cominciato a succedere qualcosa: una delle catene televisive ha ritirato la sua proiezione dicendo che l’esito non era proprio così certo in Florida. I concorrenti hanno resistito per un quarto d’ora o due poi si sono accodati alla triste realtà: era passato in testa Bush. Qualcuno se la ricorda anche in Europa quella lunga notte elettorale: anche perché non durò dal tramonto all’alba ma dal primo martedì di novembre al mese di dicembre inoltrato. Solo allora si seppe che Bush aveva superato Gore in Florida per 534 suffragi popolari, conquistando con questo i 17 «voti elettorali» di quello Stato e, di conseguenza, la Casa Bianca. Quelli erano tempi, quelle erano tensioni, quel Paese era «spaccato». Tristezza e ira sui teleschermi, rimbalzate centuplicate nei giorni e nelle settimane a venire sui giornali. Non poteva essere vero e quindi non era successo. Erano stati sviscerati tutti i perché i repubblicani non avrebbero mai potuto imporsi in quelle elezioni. Se ce l’avevano fatta si doveva trattare di un qualche errore di conteggio. L’America non poteva nuotare contro la corrente della storia. E insistere da parte del vincitore sul suo buon diritto a intascare un premio guadagnato sul filo del rasoio diventava irresponsabilità e minacciava, appunto, di «spaccare» il Paese. L’unico modo per impedirlo era che intervenisse un Potere estraneo alla politica. Per esempio, la magistratura. E giù ricorsi e controricorsi e decisioni prese e poi cassate: le macchine per votare funzionavano male, erano state disegnate per discriminare i meno colti, le matite facevano buchi nei posti sbagliati, tanti voti per Bush erano refusi politici, tanti voti per Gore non erano stati registrati per qualche panne o qualche oscuro complotto. Insomma si arrivò alla Corte Suprema, che agonizzò prima di decidere che aveva vinto Bush, in Florida e dunque in America. Non auguro all’Italia di copiare la trama di quella involontaria telenovela: forse abbiamo i nervi troppo fragili e sei o sette settimane di campagna elettorale postelettorale sarebbero un po’ troppe. Ma una cosa mi ricordo da quel tempo: che i voti vanno davvero contati fino all’ultimo, che gli exit poll e le proiezioni sono bellissime cose ma sono alla fin fine un costoso giocattolo e non vanno scambiati con la somma aritmetica di piccole scelte individuali. La «vittoria» di Gore fu una tenace fabbricazione postuma, di chi non voleva credere che la somma delle piccole scelte individuali potesse essere opposta a quella del grande Spirito dei Tempi. E soprattutto mi auguro che a qualcuno non venga in mente, nel caso improbabile ma non impossibile di un bis nostrano, di cercare di spostare la sede della scelta dalle Urne alle Aule.