Sussidiarietà, troppi ritardi

Il valore della sussidiarietà sulla base delle origini del concetto che affonda le sue radici nella dottrina sociale della Chiesa e la riforma del titolo V della Costituzione. Di questo si è discusso al convegno «Il valore della sussidiarietà e sua applicabilità» organizzato dall’Associazione cittadini imprese e professioni (Acip) all’interno della Casa generalizia dei fratelli delle scuole cristiane di via Aurelia. A intervenire, tra gli altri, il presidente della commissione Affari costituzionali della Regione Francesco Saponaro, il vicepresidente dell’Acer Giancarlo Cremonesi, il segretario regionale della Uil del Lazio Luigi Scardaone. La riforma del titolo V, è stato spiegato, ha «aperto teoricamente la strada alla partecipazione effettiva del privato nella gestione di alcune funzioni pubbliche; rimangono da verificare, tra le altre problematiche, quali sono i soggetti deputati a questo decentramento e la capacità degli stessi di operare al servizio della comunità».
Nel corso del convegno si è discusso della sussidiarietà che trae origine dalla dottrina sociale della Chiesa e dalle encicliche sociali «Rerum novarum» di Leone XIII, «Quadrigesimo anno» di Pio XI e «Centesimus Annus» di Giovanni Paolo II, ma che poi si sviluppa nel diritto positivo con la Carta europea dell’autonomia locale, nel trattato di Maastricht, nella Costituzione italiana e in quella europea. «Uno sviluppo di questo genere - ha detto il presidente del Censis Giuseppe De Rita - vede una grande moltiplicazione dei soggetti: dei soggetti di impresa, visto che siamo 5,5 milioni di piccoli imprenditori (1 ogni 10 abitanti) e circa 11 milioni di lavoratori indipendenti; dei soggetti di consumo, risparmio e investimento (basta pensare solo a quanto le famiglie abbiano patrimonializzato, negli ultimi anni, in immobili e in titoli); e dei soggetti istituzionali, dato che abbiamo avuto un enorme decentramento di ruoli e di poteri verso la periferia, nei comuni, nelle province, nelle comunità montane, nelle regioni e in tanti altri enti ed aziende pubbliche locali. Una società policentrica e molecolare non può essere regolata dall’alto con una logica gerarchica; ha bisogno che i singoli soggetti collaborino e si aiutino l’un l’altro. Altrimenti c’è confusione, fra sovrapposizioni e solitudine dei vari poteri. Sta qui la radice della sussidiarietà sia orizzontale che verticale, di cui solo da pochi anni si cominciano a individuare strumenti politici e organizzativi; un processo che è ancora lento ed incerto, su cui occorre lavorare con impegno».
«Il concetto di sussidiarietà viene dal cristianesimo e vuole mettere l’uomo al centro della società. È chiaro che perché l’uomo sia libero, in alcuni casi le pubbliche amministrazioni devono affiancarlo e intervenire per correggere dove è necessario le scelte troppo egoistiche», ha sottolineato Cremonesi. «In una società complessa come la nostra è responsabilizzando la società che forse si riesce a ottenere un intervento più leggero e più stimolante, così che il cittadino possa sviluppare le proprie attitudini».
«Il problema parte tutto dalla modifica del titolo V - ha spiegato Scardaone -, sussidiarietà vuol dire aiuto e solidarietà, il problema è che qui in Italia si fanno leggi di buone intenzioni e non si danno strumenti operativi. Il progetto di legge regionale è buono e può andare avanti, ma il problema è un altro, mi sono stufato di sentire “Roma ladrona”, è cosa deprecabile e attraversa tutti i partiti».
«Prima tappa per la realizzazione della sussidiarietà orizzontale nella Regione - ha detto Francesco Saponaro - è il riconoscimento pubblico del ruolo socio-economico delle organizzazioni di volontariato. Permane, purtroppo, da parte delle amministrazioni, un forte ritardo nella ricezione delle logiche della sussidiarietà, soprattutto di quella orizzontale: un ritardo imputabile sia a fattori di tipo culturale, sia a un inadeguato supporto pubblico in termini di strumenti e procedure».