Suttree, storia di un barbone che si racconta

Il romanzo di Cormac Mc Carthy, autore della «Strada» e «Non è un paese per vecchi», porta in primo piano la vita di un uomo che ha scelto di stare ai margini per combattere ipocrisie e perbenismo

Suttree è un uomo che ha lasciato il mondo. E vive ai margini. Suttree è un uomo ai margini per scelta. Perché sa che quei margini hanno lo stesso colore del centro dell'universo. Perché le acque limacciose del fiume Tennessee, dove sopravvive pescando pesci gatto dal bordo di una chiatta sgangherata, sono uguali al reticolato delle vie di Knoxville, la città più vicina, dove borghesi ipocrisie sono intessute a falso perbenismo e a pastoie religiose. Perché Knoxville è la città ma vale come qualunque città. Di qualunque mondo. E Suttree è uno che non si è arreso. Non si è omologato. Non si è confuso.
Ha deciso che i margini valgono il centro, che gli ultimi non sempre contano meno dei primi e che il denaro non è in fondo l'unica divinità alla quale piegarsi. Suttree vive qui, tra le pieghe del mondo e, tra le pieghe del mondo, si imbatte in una prostituta che non rinuncia alla propria personalissima scalata sociale, a un ladruncolo che costruisce sul furto la propria sopravvivenza. È un topo di campagna che si ritrova al confronto con topi - veri e metaforici - di città. E incontra il nero Ab Jones, perennemente impegnato nella lotta alla discriminazione razziale, la strega che si ostina a voler leggere un futuro improbabile.
Ma c'è anche un universo sommerso, fatto di ubriaconi e sfruttatori, di assassini e poliziotti, di medici e infermieri che rappresentano il volto presentabile di una società che tale sempre non è. Suttree (Einaudi, pp. 560, euro 23) è un romanzo a tinte forti. Non solo perché gli ambienti di Cormac Mc Carthy hanno sempre un odore forte. «La strada» sa di morte, «Non è un paese per vecchi» sa di crudeltà e violenza al servizio di un ideale, «Suttree» ha il sapore dei bassifondi e dei reietti che vi vivono. È l'odore penetrante della sporcizia. Del sudiciume che riveste le membra dei topi che la città ha respinto in campagna, ma che restano pur sempre topi. E in questo tanfo di umanità esaurita vivono i colori di tutti i personaggi che si muovono sulla scenda di Suttree, dentro e fuori da quella baracca sul fiume dove un giorno il progresso si farà beffe di quella povera umanità sopravvissuta a sé stessa. E con il pretesto di un'autostrada da costruire verranno sbancate quelle rive e abbattute le catapecchie superstiti.
La città si amplia. La «civiltà» si espande. Gli emarginati finiscono chi in carcere, chi al cimitero, ucciso da altri emarginati come lui. Sopravvive solo Suttree, perché di Suttree «ce n'è uno e uno soltanto».