SUV Il salotto preferito dalle donne

Le chiamavano jeep ed erano quelle americane. Per lo più erano di colore verde bottiglia, ma ce ne erano anche di mimetiche. Quasi tutte viaggiavano (a velocità ridotta) inzaccherate di fango e lorde di grasso. Erano auto scoperchiate. Anzi, tagliate a modo di una scatola di latta. Gli italiani (però da noi sarà prodotta la Campagnola), le avevano viste sfilare nei giorni della Liberazione, nei cinegiornali e poi nelle foto e nei film sulla guerra e neorealisti che ne erano pieni come tante concessionarie in bianco e nero.
Però chissà perché queste vetturine con una forza da boscaiole e una destrezza da anfibi, queste scatolette di simmenthal con le ruote dentate che avevano invaso l’Italia come zanzare sì a liberarla, ma pure a continuare la guerra dalla Sicilia in su, facevano tanto sorridere e poi ridere come se tutti ci montassero o ci volessero salire al volo sopra e via in gita al mare, in campagna, o sui monti? La risposta è facile: le jeep sprizzavano vitalità e la inoculavano con la loro capacità di risalire dirupi e impantanarsi senza paura negli acquitrini. Le jeep erano indistruttibili. Avevano nel loro Dna la preistoria. Infatti questo ficcarsi dentro la natura le faceva percepire come animali di mare di terra e di montagna. In fondo erano proprio animalacci ai quali mancavano soltanto le ali. Ma ciò non era avvertito come un problema... Poi per lungo tempo le jeep furono usate per lo più da «nostalgici» o da «eccentrici» che ci andavano a pavoneggiarsi in città. Anche la mitica Land Rover, colore del deserto e mezzo classico dei safari in Africa, era usata da «personaggi» (a parte i film e la letteratura di cui non voglio parlare) e non da «normali».
Insomma non erano macchinari da automobilista medio e neppure alto. A esempio, prima che queste automobili fossero marchiate come Suv (Sport utility vehicle), nel 1972, al tempo della disputa tra «lancisti» e «alfisti», quando le sportive dovevano essere per forza a trazione posteriore (altro che 4x4!) e neppure il termine supercar era stato coniato, il signor Vincenzo Pennacchi che ho conosciuto in una concessionaria di fuoristrada, usava soltanto la Land Rover per spostarsi a Damasco o a Tripoli, dove ha costruito interi isolati. Così, nello stesso anno, gli italiani viaggiavano agli antipodi: molti (anche qui chi se lo poteva permettere) preferivano «l’eleganza» Lancia, moltissimi «l’ignoranza» e la capacità di derapare delle Giulie Super, dei Gt, come il povero Brunetto «la bestia» - conosciuto da ragazzino - che guidava una Biscione senza sedile perché al suo posto ci aveva sistemato un barattolo capovolto di vernice... In quegli anni il Suv era un oggetto spaziale non identificato. Proprio un Ufo ma con delle ruote da trattore che con tutta calma attraversava i centri urbani per poi sparire chissà dove. Molti automobilisti, comunque, lo detestavano perché a parte la Cinquecento o la Zagato che guidavano, la jeep gli faceva ricordare la campagna e dunque miseria e povertà.
Le eccezioni era poche, quelle che ancora oggi (proprio in tempo reale mentre scrivo) qui dal meccanico mi spiegano: la scocca in alluminio del vecchio Land 2400 a benzina, passo corto, 4 marce + 4 ridotte + quando innesti le 4 motrici hai bisogno di una chiave per agganciarle al mozzo delle ruote anteriori (nel frattempo il giovane benzinaio ha riempito di gasolio il Land Rover e nonostante ciò la macchina con altra benzina è partita e arrivata a destinazione). Dicevo che per tutti gli anni Settanta i Suv non erano neppure un incrocio tra suini e cinghiali mentre le «sportive medie» impazzavano come i rodei di Lalletto detto «lo zoppo» o quelli di Cimino e della banda della Magliana. Infine i giapponesi (Toyota! Suzuki! Mitsubishi!), ma anche gli americani (pensate alla tradizione delle auto da lavoro americane - i Ranger Ford - e a quella bestia di carro armato che è l’Hummer da 3500 a 6000 di cilindrata; da 5 a 8 cilindri), hanno preso in mano il destino del mondo che un tempo - oggi solo per gli appassionati e per gli addetti ai lavori - si chiamava genericamente «fuoristrada», e che invece è Suv Suv Suv: come l’anagramma di «signora unta di vita», o «una signora vivissima», o «urca se vivo!».
Perché bisogna confessarlo (è sotto gli occhi di tutti!), gli italiani, anzi, le italiane, impazziscono per i Suv. La prova più scema è stata quando sono entrato in una concessionaria Suzuki: la piccola Jimny è stata comprata da una graziosa signorina dopo una contrattazione non più lunga di un quarto d’ora - lo giuro!
«Le donne cercano sicurezza. Ecco perché comprano e guidano queste belle macchine alte e robuste». Una delle probabili spiegazioni me la dà Umberto Giovannetti che insieme ai cugini e fratelli Paolo, Mimmo, Remo, Mauro e Marco è un grosso concessionario Rover a sud di Roma. Non c’è che dire, penso fra me. Le donne hanno gusto. La Range è elegante, ha esterni che sembrano smalti d’artista, interni di yacht. In dotazione ha l’airbag per la testa del guidatore e del passeggero, l’airbag laterale sempre per guidatore e passeggero, l’airbag frontale ancora per guidatore e passeggero, inoltre possiede un freno di stazionamento elettronico, assistenza elettronica alla frenata, allarme perimetrico, allarme volumetrico, immobilizzatore, Abs a quattro canali, controllo elettronico della stabilità... Eppure queste auto muoiono nel traffico, non si parcheggiano, per parcheggiarle bisogna sognare la villa ai laghi (e poi poterci vivere), bisogna sognare di perdersi nel deserto, in riva all’oceano... e invece gli italiani (chi se la può e non può permettere) smaniano, fanno la bava, delirano, soffrono d’insonnia, impazziscono per una Audi Q7, una Bmw X3 o X5 (meglio!), una Cadillac Escalade, una Chevrolet, una Porsche Cayenne, una Patrol, una Pathfinder, una Subaru Forester, una Toyota Cruiser o una Land Cruiser, oppure per una Tuareg o una Volvo Xc90. Però gli italiani e le italiane possono anche più modestamente, ma non meno trendy, accedere alle Ssangyong Rexton da 30.200 euri, o alle Suzuki 1328 di cilindrata da 14.990 euri, o possono divertirsi con un Pick up da 16.600 o con una (sempre Toyota) Hilux da 24.350, o una Nissan Navara da 23.450. Tanto sempre Suv è.
«Per la neve il Suv è perfetto. Sci, borse, borsoni, cani, coperte, e poi con le quattro ruote motrici sali fino ai ghiacciai!», mi dice Mimmo che è il cugino di Umberto e che però ama i Porsche 993 col raffreddamento ad aria, quelli che non esistono più perché i nuovi Carrera 996 e 997 sono solo ad acqua e molto meno meccanici e più confortevoli dei rigidi predecessori.
Conosco una signora che vive in via Condotti e che per auto di rappresentanza ha una Chevrolet (come la razza pregiata di mucche) settemilaquattrocento di cilindrata, otto cilindri a V, 300 cavalli, a benzina, ovviamente cambio automatico, omologata per nove passeggeri che lei usa solo per sé e che chiama «pulmino». Vedo molte belle donne, con calze trasparenti e collane di Eleuteri o Bulgari che mollano il Suv dove capita perché dal parrucchiere non entra. Noto che hanno gambe trasparenti quanto quelle delle ballerine di Lenci o del primo Ronzan. Sono gambe da infarto se scendessero dal basso verso l’alto: tipo da un’Aston, da una Brera (perché no), da un Mini (perché no). Invece smontano dall’alto verso il basso (al contrario). Certo è più comodo. Scendi a terra che sei già in piedi! Però le gambe per lo più le devi immaginare. Ecco, delle donne in Suv metti a fuoco gli occhiali: le ciclopiche montature degli occhiali scuri. Mentre degli uomini noti al massimo il nodo delle cravatte, ma soprattutto le pelliccette di lupo che cingono il cappuccio dei piumini da neve e dunque da città.
Però, a rifletterci, dai Suv, da dentro l’abitacolo dei Suv, non si capisce niente. Intravedi giusto delle sagome. A volte, sì, rubi qualche dettaglio, ma è poca roba. Il fatto è che le ruote sono tutto. Ti schiacciano solo a guardarle di traverso. I pneumatici e i cerchi da venti rubano quasi tutta la scena. E le calandre ti fanno così paura che rischi di abbassare lo sguardo. Ma poi che dico? I vetri sono azzurrati, fumé, protettivi, invalicabili. Sono bodyguard che fanno la guardia a se stessi. Dunque i Suv pare viaggino da soli, in automatico...
«Molti li comprano» mi racconta Paolo «perché ormai il leasing è alla portata di tutti. E poi la gente vuole stare comoda. Queste macchine significano potenza, prestigio». «Ma vuoi mettere una Lamborghini! Anche un vecchio Diablo...» provo a interferire. «È un’altra cosa. Con quelle macchine, metti il Ferrari, dove vai? Non puoi andarci dove ti pare. Non sono comode. Non sono per uscirci tutti i giorni. Invece con il Suv non perdi potenza. Guarda che questi motori sono quattromila centimetri cubici, hanno otto cilindri. Un Jaguar R e questo Range hanno lo stesso motore». Allora mi metto zitto a studiare il nuovo Discovery. Leggo dalla pubblicità: «L’obiettivo dei progettisti della Discovery 3 è stato, fin dall’inizio, quello di realizzare un veicolo con il massimo dello spazio e della versatilità... Geniale sotto tutti gli aspetti, geniale per il Navigatore satellitare opzionale, che può guidarvi su strada ed in fuoristrada e, se necessario, ripercorrere il cammino a ritroso e riportarvi a casa, anche là dove le strade non esistono... ».
Capisco che i Suv, nati per scalare le montagne e attraversare le paludi in pieno e totale relax, in realtà sono essi stessi strade, campagna, paludi, sterrati, rocce. I Suv sono il mondo intero. Lo contengono tutto. Sono nati e proliferati per stare al suo posto. Il mondo, piccolo o grande, non serve attraversarlo: basta avere un Suv. Infatti queste automobili, abbandonate le vecchie piste di Ernest o Oliver, o i vecchi sentieri dove le ostetriche e i veterinari si lasciavano trasportare per dare vita o salvarla, ora si accompagnano da sole a cercare un box. Tanto a loro serve giusto un box, perché la casa ce l’hanno sulle spalle. Anzi, sono loro la casa, meglio: un monolocale gommato e ben riscaldato. «Allora perché non usare la roulotte?», provo a chiedere a un signore in Kia Sorento qui all’ingresso della concessionaria Boccea 4X4. «Ma è un’altra cosa! Seduto qua stai comodo, sicuro, meglio che nel salotto di casa tua».
(3. Continua)