È svanita la favola delle primarie

Ora lo ammettono tutti: le famose «primarie» dell'Unione, celebrate il 16 ottobre di due anni fa, sono state una sòla. Un pacco. Una messinscena per regalare un esercito a un generale senza truppe. Un evento di incoronazione preordinata. Una favoletta bella (solo per Prodi, però). Ci voleva un anno e mezzo, ma meglio tardi che mai. Togliamo di mezzo le dichiarazioni ufficiali dei leader del centrosinistra, e togliamo di mezzo l'entourage dei prodiani che sul «mito delle primarie» si sono costruiti la loro carriera di ministri, editorialisti o capi-corrente. Lo scetticismo che aleggia attorno al premier, i tentativi malriusciti di rappattumare il poco che resta del Partito democratico e le intimidazioni di Prodi agli azionisti del governo sono solo la parte più evidente dell'inabissamento del mito fondativo della leadership prodiana: il «popolo» che si mette in fila sotto i gazebo e decide per via democratica che sarà lui il candidato premier dell'Unione. Solo oggi, inghiottito l'alone mitologico nel gorgo di una disperata lotta quotidiana di sopravvivenza per il governo, i leader dell'Unione scoprono di aver imprudentemente regalato a Prodi una formidabile arma di ricatto - sarà la decima volta che minaccia nel nome del «popolo delle primarie» che «o si fa come dico io o me ne vado». Solo oggi i supporter mediatici del «popolo del 16 ottobre» si accorgono che l'ancoraggio al mito delle primarie è la causa dell'ipertrofia dell'ego di Prodi e della sindrome dell'uomo solo al comando. Bastava sentire l'altra sera Mario Pirani e Pierluigi Battista a L'infedele, trasformato per l'occasione da Gad Lerner in un salotto apocalittico. Si parlava delle primarie. Battista scuoteva la testa. Pirani poneva al prodiano doc Giulio Santagata la seguente obiezione: la prossima volta le primarie fatele con una vera competizione e non per ratificare la pre-nomination di un candidato unico. Come a dire, v'abbiamo retto il gioco una volta, ma ora basta. Eppure bisognerebbe sfogliarlo, il Corriere della Sera di quelle giornate gloriose. Lì c'era Massimo Franco che lodava «l'intuizione decisiva» delle primarie e la grande vittoria prodiana che sanciva il «ridimensionamento dell'ala "antagonista" dell'Unione». S'è visto, quanto s'è ridimensionata la sinistra radicale. C'era Paolo Franchi che incorniciava l'«incredibile risultato». Gianni Riotta che sentenziava: «I quattro milioni di elettori di domenica trasmettono anche alla storia italiana lo choc primarie». Il professor Stefano Draghi che addirittura s'era inventato la coorte generazionale dei «figli delle primarie», pacifisti e multiculturali. E bisognerebbe anche sfogliare Repubblica. Lì c'era Massimo Giannini che glorificava «un evento che non ha precedenti nella storia repubblicana», nonché «simbolo compiuto di una democrazia bipolare e maggioritaria», rassicurandoci che «questa vittoria della democrazia è anche e soprattutto la vittoria di Prodi». Lì c'era Ezio Mauro che la metteva così: le primarie «diventano a furor di popolo uno spettacolo politico senza precedenti, capace non solo di trasformare la qualità della leadership ma di modificare, per forza di cose, la fisionomia dell'intero centrosinistra». E c'era il professor Ilvo Diamanti: «Oggi Prodi è davvero il leader del centrosinistra», legittimato dal voto popolare ma soprattutto «leader di una "comunità politica", non di un cartello di sigle». Nella testa di Diamanti l'Unione assumeva addirittura la forma di «un nuovo partito di massa». Quanto entusiasmo, quanta eccitazione, quanta primavera democratica. Prodi era un gigante che poggiava su un trono di quattro milioni di formichine uliviste, il prodismo una formula politica che aveva sconvolto l'assetto della politica italiana. In mezzo a tanta ubriacatura, l'unico sobrio nella stampa di sinistra fu Piero Sansonetti, osservando che «il prodismo, oggi, è essenzialmente questo: il desiderio ormai ossessionante di cacciare via Berlusconi al più presto». Niente di più. Infatti, vinte le elezioni, il prodismo s'è sfasciato, l'Unione è tornata a essere un'arena politica piena di tori, il Partito democratico punta al record dell'eutanasia preventiva. E Prodi, il gigante delle primarie? Non vuole più le primarie. Le ha rifiutate seccamente per l'indicazione del futuro leader del Pd, perché sa che in una competizione non falsata sarebbe schiacciato in uno scontro tra candidati veri. Meglio aggrapparsi disperatamente al mito del 16 ottobre: il leader è lui e non si discute. E così il Pd viene trascinato nei pantani dell'azione di governo, i leader del centrosinistra subiscono un delirio d'onnipotenza mascherato da presunzione di insostituibilità, e i grandi supporter mediatici delle primarie contemplano il disastroso finale della favoletta che hanno contribuito a raccontare.
Angelo Mellone