Svarioni, amnesie e avvertimenti Lo show di Genchi, uomo dei misteri

Milano Gioacchino Genchi su Sky. Genchi su Rai News 24. Genchi da Giuliano Ferrara. Genchi (pagina intera) sul Secolo XIX. Per essere uno che quarantott’ore fa aveva detto «non intendo replicare alle vili calunnie», il superconsulente informatico più chiacchierato d’Italia appare preda di una singolare frenesia mediatica. Come a volte accade agli uomini che sentono il terreno franare sotto i piedi, Genchi - indicato da Francesco Rutelli e Silvio Berlusconi come il protagonista dello scandalo più grande della Storia d’Italia, e in attesa di essere interrogato venerdì dal Copasir, il comitato parlamentare sui servizi segreti - si affanna a proclamare la sua verità a destra e a manca. Nella frenesia, gli scappa inevitabilmente qualche svarione. E la situazione peggiora.
Un esempio. Tra gli «eccellenti» che Genchi ha schedato attraverso i loro tabulati telefonici, salta fuori il nome di Nicolò Pollari, ex capo del Sismi. Ieri Genchi prova a difendersi: quei tabulati di Pollari vengono da un’altra indagine, quella milanese. Cioè dall’inchiesta sul rapimento dell’imam Abu Omar, che vede Pollari indagato insieme a un po’ di agenti della Cia. Peccato che a stretto giro di posta la versione di Genchi venga asfaltata dal pm Armando Spataro, titolare dell’inchiesta Abu Omar: noi i tabulati di Pollari non li abbiamo mai avuti. E allora? Una voce dice che Genchi il telefonino di Pollari se lo procurò quando Luigi De Magistris, il suo pm di riferimento, mandò a perquisire la casa del capocentro Sismi di Padova, Massimo Stellato. E da lì anche Pollari sarebbe stato inghiottito dal «sistema Genchi», il frullatore di tabulati, utenze, contatti, in cui alla fine tutti conoscono tutti e tutti sono accusabili di tutto. Migliaia di nomi, milioni di contatti.
Altro autogol: nella sua intervista a Rai News 24, Genchi sostiene di avere acquisito illegalmente i tabulati di parlamentari ma per sbaglio, senza volerlo. La colpa è dei parlamentari che non hanno un numero immediatamente riconoscibile. Peccato che a pagina 6 della sua consulenza inviata a De Magistris proprio Genchi dica di avere individuato un telefonino intestato alla Camera dei Deputati, e di averne poi sviluppato - col solito sistema esponenziale e vagamente maniacale - i contatti, guardandosi bene dal chiedere qualunque autorizzazione alla Camera.
Genchi oggi appare uno sconfitto. Lo attaccano Berlusconi e Repubblica, il Pd e Il Sole 24 Ore. Se non fosse per Di Pietro - che lo difende come già difese il suo sponsor De Magistris - si potrebbe dire che Genchi è solo.
Nel suo annaspare inanella autogol. Come quando rivela a Lionello Mancini, del Sole, di avere inviato a Gianni De Gennaro, nuovo supercapo dei servizi segreti, una cartolina di saluti molto simile ad un avvertimento in codice. E altri avvertimenti qua e là, in sicilianese, a mezza bocca e mezze frasi, Genchi sembra continuare a mandare nelle sue interviste di queste ore. Questa scarsa lucidità, questa goffaggine di fondo, rende ancora più difficile rispondere alle domande decisive. La prima: come è stato possibile che un personaggio simile abbia raccolto tanto potere nelle sue mani? Quali coperture, quali appoggi hanno sostenuto la sua irresistibile ascesa nel grande business delle intercettazioni per conto delle Procure? Siamo davanti ad una scheggia impazzita prodotta da un sistema malato, o a un tassello di un gioco più oscuro?
Il caso Genchi piomba come un macigno sul dibattito sulla riforma della giustizia. Qualcuno arriva a dire che il caso Genchi è la prova dei guai che arriverebbero se a guidare le indagini fossero i poliziotti e non i pubblici ministeri. Dimenticando che - tecnicamente, essendo in aspettativa - Genchi da oltre dieci anni non è un poliziotto ma un privato cittadino; che era l’uomo di fiducia non delle forze di polizia ma delle Procure, e che se qualcuno poteva capire quanto largamente interpretasse il suo ruolo questi erano in primo luogo i pubblici ministeri. I quali, va rimarcato, affidavano a lui indagini che sarebbero state svolte altrettanto bene da poliziotti veri. L’indagine milanese sul suddetto caso Abu Omar, per esempio, è stata condotta dalla Digos e dalla polizia postale proprio incrociando tabulati telefonici. Il metodo Genchi senza Genchi. Quindi si sono acquisiti solo i dati che servivano all’inchiesta, non si è partiti da un numero per schedare il mondo.
Resta un’ultima domanda. A cosa serviva a Genchi questa immane dose di materiale? Era una banca dati funzionale a qualche progetto, a qualche affare? O siamo di fronte solo all’ennesima manifestazione della vocazione nazionale a frugare, a schedare, ad accumulare, perché conoscere significa potere, e prima o poi tutto tornerà utile?