Svastiche, mazze e coltelli: retata di ultrà

Chissà quali sono i reati per cui Gloria Gambitta, giudice delle indagini preliminari del tribunale di Milano, ritiene che sia «giusta e adeguata» la custodia cautelare in carcere. Di sicuro non è sufficiente assaltare una caserma dei carabinieri, distruggerne i vetri a sassate, cercare di sfondarne il portone con un ariete improvvisato, incendiarne la mensa, prendere a sassate i militari che cercano di limitare i danni in qualche modo. Per gli ultrà dell’Inter protagonisti dell’assalto alla caserma «Montebello» l’11 novembre del 2007, identificati dai carabinieri dopo una lunga indagine, e per i quali la Procura aveva chiesto l’arresto, la giudice Gambitta ritiene che il carcere sia una misura troppo severa. Per evitare che si diano di nuovo a imprese del genere, è sufficiente la misura della firma in commissariato. Come dire: in fondo, sono ragazzi.
L’assalto alla «Montebello» arrivò alla fine di una giornata segnata dal sangue: quello di un tifoso, l’ultrà laziale, ammazzato da un poliziotto in un’area di servizio dell’Autostrada del Sole. Gabriele Sandri stava venendo a Milano per assistere a Inter-Lazio. Appena si capì cosa era accaduto, il ministero degli Interni sospese per motivi di ordine pubblico tutte le partite di serie A. La reazione degli ultrà arrivò immediata qua e là per l’Italia. Con particolare violenza a Roma, dove romanisti e laziali si unirono per attaccare gli «sbirri». Ma anche a Milano, dove le tifoserie di Inter e Lazio - unite da sempre nel segno della comune fede neofascista - si allearono per dare vita ad una manifestazione non autorizzata, attaccando prima il commissariato di San Siro, poi la sede Rai di corso Sempione, infine la caserma di via Monti. In testa al gruppo il leader storico della Curva Nord, Franco Caravita; nel gruppone altri personaggi noti da tempo, come i fratelli Todisco, militanti del gruppo nazi «Cuore Nero», due veterani delle violenze da stadio e della criminalità comune. Lo slogan più frequente che veniva dal corteo era «Dieci, cento, mille Raciti», macabro oltraggio al poliziotto ucciso durante gli scontri davanti allo stadio di Catania.
Per i due fratelli Todisco e per altri cinque identificati - Aldo Carone, Andrea Madini, Andrea Mauri, Emanuele Chareun e Michael Maron, finito nel frattempo in carcere per droga - i filmati realizzati e analizzati dal Nucleo Informativo dell’Arma non lasciavano spazio a dubbi sul fatto che fossero lì, nel mucchio selvaggio che urlava «buh buh, Raciti non c’è più». La richiesta di custodia in carcere presentata dal pm Piero Basilone parlava di «fatti di eccezionale gravità e sintomatici di altissima pericolosità sociale». Il giudice ci ha pensato su tre mesi, poi ha deciso che è sufficiente la firma in commissariato. Ieri mattina sono partiti avvisi di garanzia e perquisizioni.