Sveglia per tutti

Questa mattina scatterà il confronto tra il governo e le parti sociali sul documento di programmazione finanziaria (Dpef). Uno strumento, quest'ultimo, largamente superato dagli avvenimenti. Da dieci anni a questa parte, infatti, esso è diventato una specie di esercizio accademico buono solo a fornire un quadro macroeconomico già ampiamente noto agli istituti di ricerca e alla Banca d'Italia e una serie di previsioni tutte sbagliate per eccesso di ottimismo. È stato così nel quinquennio 95-2000 e ancora oggi continua ad essere un documento che pesta l'acqua nel mortaio. Ma c'è un effetto indotto che è ancora più grave della inutilità del documento stesso ed è una sorta di diffusività di questo esercizio verbale e verboso che finisce col prendere tutti, governo, opposizione e parti sociali. Per dirla in maniera ancora più brutale si diffonde la moda di descrivere gli obiettivi tacendo sugli strumenti. E come si sa, in politica la differenza la fanno proprio gli strumenti e non certamente gli obiettivi. Tutti vogliono più competitività, più ricerca, più innovazione, più esportazioni, più crescita e più risanamento dei conti pubblici tanto per dire le cose che più sono di moda in questi tempi. Quasi nessuno, però, si impegna a spiegare come si ottiene tutto ciò che si descrive e si richiede con forza ed innanzitutto da dove si possono prendere le risorse necessarie. Più volte abbiamo fatto da queste colonne proposte precise puntualmente cadute nel silenzio senza alternative. La inutilità di un documento come il Dpef può essere tollerata in tempi di vacche grasse ma quando il Paese è in affanno perder tempo diventa un errore economico oltre che politico. Da almeno tre mesi scriviamo che l'anno in corso si sarebbe chiuso con una crescita zero se non si fosse intervenuto tempestivamente e vedere oggi questa previsione riproposta tal quale nel documento di programmazione finanziaria ci fa cadere le braccia perché non solo abbiamo perso gli ultimi tre mesi ma abbiamo la sensazione che anche nel secondo semestre non ci sarà alcuna iniziativa di politica economica attiva dal momento che non si è fatta quella scelta che pure avevamo sollecitato e cioè via il Dpef e avanti con una finanziaria anticipata. È anche giusto, però, dare a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio.
Anche l'opposizione parlamentare sembra caduta in letargo, distratta com'è dalle primarie e dalle molte candidature che si preannunciano. Un letargo pericolosissimo perché il centrosinistra è di fatto anch'esso al governo del Paese dal momento che amministra il 70% delle Regioni, delle Province e dei Comuni e oltre il 50% della spesa corrente e una parte rilevante della spesa per investimenti, fondi europei compresi.
Nel mezzo ci sono le parti sociali, anch'esse tentate dal fare solo richieste, alcune delle quali sacrosante, senza impegnarsi a indicare un percorso di realizzabilità. Si sente dire che ad ognuno il suo mestiere e che è il governo a dover assumere l'iniziativa. È giusto ma il silenzio generale non assolve nessuno e tutti diventano responsabili dinanzi al Paese tanto più che quella crescita che oggi è zero, nel 2006 sarà, in una visione ottimistica, di uno striminzito 1,6% e nel 2007 dell'1,8%. Troppo poco per fermare il crollo delle esportazioni, per risanare i conti pubblici e per frenare il lento declino del Paese. È tempo allora che la sveglia suoni per tutti. A cominciare da giovedì mattina.