Svelati i segreti degli affreschi «amorosi»

Un’esecuzione molto veloce, una nuova datazione e conseguente rilettura delle influenze e dei contributi degli artisti, oltre a vere «magie» pittoriche. Fino all’interpretazione filosofica dell’iconografia, che ribalta parte della critica precedente, e, negando l’intento moralizzatore, riconosce come tema dell’opera non più il trionfo dell’amore celeste su quello terrestre, ma l’eterna lotta tra i due, a evidenziare e rivalutare la sensualità. Senza dimenticare alcune «perle», dal putto con occhi di diverso colore alle impercettibili sfumature di tinta, dall'ombreggiatura a punti, ripresa e ingigantita da Pietro da Cortona a Palazzo Barberini, a «giochi» che mescolano ispirazione classica e ironia.
Sono molte le scoperte sugli affreschi di Annibale Carracci alla Galleria Farnese rese possibili dalla campagna fotografica per il libro Galleria Farnese di Silvia Ginzburg, edito da Electa, che apre la collana «In primo piano», nata, come suggerisce il titolo, per avvicinare i lettori alle opere d’arte.
li scatti di Zeno Colantoni offrono una visione ravvicinata di pareti e volta, altrimenti impossibile, che consente di apprezzare gli affreschi in ogni dettaglio, tra ripensamenti, programma e tecnica. E, soprattutto, grazie all'attento studio dell’autrice, permette di dare soluzione ad alcuni «misteri» della Galleria. A partire dalla datazione. La presenza di date tra i dipinti unita all’analisi dello stile evidenzia la grande rapidità dei lavori, condotti, a più riprese, in pochi anni.
Iniziati a fine del 1598 si sarebbero conclusi nel 1600 - prima di maggio, quando si celebrò il matrimonio tra Margherita Aldrobrandini e Ranuccio Farnese - dopo una pausa nel ’99. Mutano pure le date della decorazione delle pareti. Si anticipa di un anno per le corte, tra 1602 e 1603. Si ritarda di due per le lunghe, arrivando al 1608. Lo spostamento apparentemente minimo impone, in realtà, una rilettura del lavoro e potrebbe spiegare lo «scarto» di stili e livelli di esecuzione. Ai disegni preparatori, infatti, a volte, corrispondono affreschi di minor pregio. Ciò sarebbe da attribuire all’ingresso nel 1602 di alcuni artisti nella bottega di Annibale, giovani ma già con una precisa identità stilistica. Tra questi, Domenichino, il cui ruolo sarebbe, però, da rivedere e ridurre. Più consistente, invece, la collaborazione di Agostino Carracci, la cui mano, grazie allo studio ravvicinato, si riconosce, oltre ai due riquadri normalmente attribuitigli, in alcuni ignudi e putti.
Tra le novità portate alla luce dal volume alcune felici intuizioni pittoriche di Annibale, che usa la lezione chiaroscurale di Correggio per rileggere Michelangelo all'insegna del naturalismo, segnando così la fine del manierismo. In un’opera che sposa le eccellenze della pittura italiana, tra ispirazione e tecnica, diventando uno dei tesori della sua storia.