Svendopoli, su casa De Mita deciderà il giudice

Nuova bufera sugli immobili degli enti. L’appartamento occupato 20 anni
fa dall’ex dc era già stato oggetto di interrogazioni e persino di
un’inchiesta giudiziaria. Battaglia legale per l’acquisto dell’attico romano, ex proprietà
dell’Inpdai. "È di pregio", ma il politico rifiuta il prezzo di mercato

Gian Marco Chiocci e Massimo Malpica

Il portone d’ingresso, in cima a una scaletta sul pianerottolo che porta all’attico, è ancora lo stesso. E anche se non c’è nome né sul campanello né sul citofono al piano terra, qualcosa tradisce l’identità dell’inquilino eccellente di questo appartamento in pieno centro storico, a Roma, in via In Arcione due passi dalla fontana di Trevi.
Sono le maniglie in ottone della porta in legno e acciaio, che disegnano due iniziali stilizzate e intrecciate, inconfondibili: «DM». Eccolo qui, lo «storico» attico di Ciriaco De Mita, dove il leader centrista, ora segretario regionale della Margherita in Campania, abita da quasi 20 anni. Affittuario affezionatissimo, non si decide però a comprare. Non senza tirare sul prezzo, almeno.
Il suo indirizzo romano non è mai cambiato dal giorno in cui, divenuto presidente del Consiglio, De Mita traslocò qui dalla casa di via del Gigante, sull’Ardeatina. La vecchia residenza non era abbastanza sicura: a gennaio dell’88 la scorta del politico di Nusco aveva notato una persona sospetta aggirarsi lì intorno, e quando i carabinieri fermarono l’uomo, si scoprì che era un latitante delle Br, Antonino Fosso, nome di battaglia il «Cobra».
Così ecco spuntare una bella casetta dell’Inpdai, allora diretto da Francesco Calò. Il nuovo tetto, però, non era sufficientemente sicuro, nonostante gli altri inquilini dello stabile Inpdai, fossero gli 007 del Sisde. E così le belle terrazze affacciate sui tetti di Roma si ammantarono di mistero e di vetri blindati. Da via del Tritone le lucide cortine verde scuro non passarono inosservate. E quando si scoprì che i cristalli protettivi erano stati installati a spese dei contribuenti, le polemiche furono inevitabili. La storia finì sui giornali, e anche in procura, dove sulla vicenda venne aperto un fascicolo d’indagine nel ’93.
Si moltiplicarono anche le interrogazioni parlamentari sui lavori in casa De Mita, sull’assegnazione di quell’alloggio, sulla quantificazione del canone. Che è sempre rimasto un «segreto di famiglia». Nemmeno da Affittopoli saltò fuori la pigione dell’uomo di Nusco, che superò anche la seconda bufera mediatica, ben protetto, in tutti i sensi, nel suo attico romano.
Una conseguenza di Affittopoli, però, fu l’annunciata dismissione del patrimonio immobiliare degli enti previdenziali. E con questa anche De Mita doveva fare i conti. Il prestigioso palazzo dell’Inpdai di via in Arcione finì in vendita, e lo stesso ente previdenziale fu liquidato. Il Sisde traslocò. Le parti «non residenziali» dell’edificio furono aggiudicate, a marzo del 2002, per 8,7 milioni di euro. Il nuovo «vicino di casa» dell’ex premier è la Commissione di vigilanza sui Fondi pensione. Ma quando l’offerta di vendita arriva all’ultimo piano, l’unico residenziale, il titolare del diritto di prelazione Ciriaco fa un salto sulla sedia. Il suo è uno dei circa 3mila immobili destinati alla dismissione definiti «di pregio», e che dunque non godono dei supersconti previsti dal piano di vendita. Doveva essere l’escamotage per sventare il rischio di una «svendopoli», ma non ha funzionato molto. E a De Mita non va giù di essere l’unico a pagare un prezzo di mercato o quasi.
Così prende il via una lunga battaglia legale con l’Inpdai e poi con l’Inps, come raccontava ieri Italia Oggi. E anche se per il senso comune suona surreale dirlo, spetterà ai giudici dirimere il contenzioso e decidere una volta per tutte se quella casa panoramica nel cuore del centro storico di Roma è o non è di pregio. Anche se è vero che, tra blindature e portoni personalizzati, pure De Mita ha contribuito, non necessariamente di tasca sua, a farne accrescere il valore.