Sventato per un soffio l’11 settembre saudita

L’apocalisse era già programmata. C’erano i soldi, le armi e persino i piloti, addestrati e pronti a colpire con operazioni aeree suicide i pozzi petroliferi dell’Arabia Saudita e una serie di basi militari dentro e fuori i confini del regno. «Alcuni si erano addestrati per mettere a segno attacchi terroristici dal cielo, le altre cellule – ha riferito Mansour Al Tourki, portavoce del ministero degli Interni saudita – avevano pianificato assalti alle raffinerie e alle installazioni petrolifere».
L’ora zero era imminente. Se i servizi segreti di Riad non fossero intervenuti in tempo Al Qaida avrebbe rivendicato un “undici settembre” tutto mediorientale. Una decina di devastanti attacchi sincronizzati avrebbe bersagliato l’Arabia Saudita e le nazioni arabe «colpevoli» di ospitare basi militari americane. Il colpo grosso, lo scacco matto affidato ai piloti kamikaze, era proprio nelle nazioni vicine. Le sette cellule dell’apocalisse sgominate nelle ultime settimane e i loro 172 militanti tenevano sotto tiro i comandi statunitensi del Qatar, ovvero i centri nevralgici da dove il Pentagono controlla lo scenario mediorientale.
L’altro obbiettivo cruciale erano i pozzi petroliferi del regno. Attaccarli, incendiarli, trasformarli in pire inestinguibili significava non solo oscurare il sole, ma anche far impennare il prezzo del greggio seminando paura e incertezza sui mercati internazionali. «Avevano raggiunto un avanzato piano di preparazione, avevano personale, soldi e armi, dovevano solo fissare la sequenza dei vari attacchi e decidere l’ora zero» sottolinea il portavoce Mansour Al Tourki.
I militanti delle sette cellule «al qaidiste» di certo non avevano problemi di denaro. Dai covi e dalle loro abitazioni sono saltati fuori oltre cinque milioni di dollari. Quella somma, oltre a essere una delle più ingenti mai sequestrate nel corso di queste operazioni, fa pensare a un’estesa quanto generosa rete di finanziatori. A dar retta al portavoce la preparazione per la sofisticata replica mediorientale dell’undici settembre era iniziata lungo tempo prima. «Alcuni degli arrestati – ha spiegato al Tourki - erano stati mandati all’estero per addestrarsi al volo... al ritorno in patria erano stati messi in stand by in attesa di venir impiegati come piloti suicidi nel corso degli attacchi». Le sette cellule di Al Qaida, definite secondo l’ermetica e minimalista terminologia dei servizi di sicurezza saudita «gruppi deviati», puntavano anche ad attaccare alcune carceri speciali e a liberare i militanti di Al Qaida arrestati e condannati negli ultimi anni. Nell’attesa dell’attacco il gruppo aveva interrato nel deserto vasti arsenali. Gli inquirenti hanno ritrovato kalashnikov, esplosivi al plastico e vaste riserve di munizioni. In altri casi i depositi erano nascosti nelle cantine di casa o sotto l’impiantito delle basi clandestine. Secondo i portavoce tra i 172 militanti arrestati vi sono molti stranieri e numerosi sauditi appena rientrati da soggiorni di combattimento e addestramento sul fronte iracheno.