Svezia, accuse al Re ambientalista «Sta disboscando l’Amazzonia»

Carlo Gustavo è presidente del Wwf locale, ma una sua società ha distrutto 50mila ettari di foresta

Eleonora Barbieri

Carlo XVI Gustavo, re di Svezia, forse era invidioso della fama del Duca di Edimburgo, noto per le sue clamorose gaffes, ma ora ha ampiamente recuperato: il sovrano è infatti riuscito a calpestare uno dei terreni su cui i suoi sudditi sono più suscettibili, l'ambientalismo, comprando azioni di una società accusata di devastare la foresta Amazzonica. Non solo: il re è anche presidente del Wwf locale, un dettaglio che ha fatto moltiplicare lo sdegno nordico.
L'investimento nella Aracruz Cellulosa, come spesso accade a posteriori, si è rivelato davvero poco oculato. La compagnia brasiliana compare infatti nella lista nera delle associazioni ambientaliste (ma forse non in quella del Wwf) per aver distrutto almeno 50mila ettari di foresta: al posto della vegetazione pluviale, l'azienda pianta migliaia di eucalipti, la cui polpa è utilizzata per produrre carta. Secondo la Aracruz è un metodo poco dannoso, ma il disboscamento ha lasciato senza casa 34 comunità locali e privato della dimora naturale due tribù indigene.
La compagnia è una «patata molto bollente» dal punto di vista politico, come ha spiegato Maria Rydlund della Associazione svedese per la protezione della natura al quotidiano Times e ora sembra essersene accorto anche Sua Maestà, seppur con un po' di ritardo; tanto è vero che ha deciso di vendere tutte le azioni, per fugare ogni dubbio sul suo sincero impegno ambientalista.
La casa reale ha cercato di difendersi: l'esperto finanziario del palazzo, Bengt Telland, ha infatti spiegato che le quote detenute sono molto basse. Le azioni fanno capo soprattutto alla Gluonen, una holding creata nel 1988 per detrarre qualche corona al fisco e posseduta in maggioranza dai figli del re, le principesse Victoria e Madeleine e il principe Carl Phillip. Le scuse non sono però parse molto credibili, anche perché il sovrano è laureato in economia e finanza: difficile quindi pensare a un investimento alla cieca.
Sulla pessima fama della Aracruz, il palazzo ha provato a fare orecchie da mercante: secondo quanto riporta il quotidiano svedese The Local, qualche giorno fa lo stesso Telland aveva dichiarato di non essere a conoscenza delle polemiche sulla società, ma che avrebbe approfondito la questione. Ieri la resa ufficiale: la Gluonen ha ribadito la fiducia nella «onestà ambientale» della compagnia, ma ha comunque deciso di cedere ogni partecipazione, «a causa delle notizie emerse negli ultimi giorni».
Le associazioni ambientaliste hanno apprezzato il passo indietro. I soldi in gioco non erano molti, ma che il sovrano si mettesse a sostenere la distruzione dell'Amazzonia era davvero troppo: mancava solo che si mettesse ad abbattere alberi di persona. Anche perché, visto il ruolo alla presidenza del Wwf, sembra difficile credere che non avesse mai neppure sentito parlare della Aracruz. «Ho discusso più volte con il re di questioni legate alla foresta e l'ho sempre trovato interessato e anche ben informato - ha spiegato il presidente della Associazione svedese per la protezione della natura -. Di certo non consiglierei a nessuno di investire in una società che danneggia l'ambiente». E la foresta pluviale è uno dei «chiodi fissi» delle organizzazioni svedesi: proprio per questo la reazione dei connazionali è stata davvero furente.
Del resto, gli svedesi sono ormai abituati a prese di posizione singolari da parte del sovrano: durante una visita in Brunei, ad esempio, Carlo XVI Gustavo ha elogiato la «vicinanza del sultano al suo popolo e il suo amore per la libertà», mettendo in imbarazzo il governo e suscitando le proteste dei gruppi in difesa dei diritti umani. Da giovane, invece, Sua Maestà aveva dichiarato di avere soltanto tre interessi nella vita: donne, automobili e barche. La casa reale era riuscita a rimediare, sottolineando come le suddette fossero fonti di «orgoglio nazionale» e perciò il re non era un Casanova spendaccione, bensì un patriota. Ma il segnale d'allarme era già chiaro: fra le passioni regali non figurava certo l'Amazzonia.