Svezia, cambio dopo dodici anni Vince di misura il centrodestra

Risultato incerto fino all’ultimo, ma a tarda sera il premier socialdemocratico ammette la sconfitta

Alberto Pasolini Zanelli

Gli svedesi sono usciti dal «fascino» e dall’abitudine della socialdemocrazia (al potere per 65 degli ultimi 74 anni). Nelle elezioni politiche di ieri l’opposizione di centrodestra di Frederik Reinfeldt ha sconfitto dopo 12 anni il governo socialdemocratico del premier Goieran Persson, che a tarda sera ha ammesso la sconfitta, seppure di misura, e si è dimesso. Secondo una proiezione della Tv, ai conservatori è andato almeno il 47,8 per cento dei voti, ai rivali il 46,6. Reinfeldt,l’uomo nuovo della politica svedese, è il leader dei Moderatern, una coalizione che comprende formazioni di destra e di centro fra cui il Partito liberale e quello agrario, di solito divisi da aspre rivalità. Ma mettersi d’accordo era l’unico modo per presentare agli elettori un programma comune, moderato al di là del nome del partito guida, con diverse novità e, soprattutto, un linguaggio nuovo.
La posta in gioco era semplice: un voto di più della somma dei partiti di centrosinistra, che si presentavano in ordine sparso, mentre il centrodestra era compatto. E il voto in più sembra essere venuto, in una misura che i risultati definitivi preciseranno (manca ancora lo scrutinio dei voti espressi per posta), ma che, a spoglio ultimato, dovrebbe oscillare fra l’1 e il 3 per cento di margine: abbastanza per la maggioranza assoluta dei seggi, abbastanza per Persson, abbastanza popolare nel complesso ma dimostratosi insufficiente alla bisogna nell’affrontare i temi più urgenti e dunque prevalenti: quelli dell’economia.
La Svezia istituzionalmente socialdemocratica è tuttora un Paese abbastanza prospero, ma in netto declino. La crescita, che era stata per 80 anni la più rapida nel mondo, continua a rallentare. Negli anni Settanta la Svezia era fra i quattro Paesi più ricchi nel club delle nazioni più industrializzate; ora è scivolata al sedicesimo posto. Era la «guida» della Scandinavia ed è stata scavalcata da quasi tutti i suoi vicini. Il malcontento era aumentato dai dati mediocri sulla disoccupazione e soprattutto dall’alto livello di tasse, tradizionale a Stoccolma, ma incompatibile con le necessità dei tempi. L’alleanza con l’estrema sinistra e con i Verdi ha ulteriormente tarpato negli ultimi anni le possibilità di manovra dell’esecutivo. Al centrosinistra e alle sinistre in genere è rimasto l’appoggio di un ceto, gli impiegati pubblici, le cui dimensioni ipertrofiche (il 30 per cento della popolazione attiva) dimostrano la «arretratezza» della struttura economica.
Si tratta di un trend storico, perché o socialdemocratici da decenni continuano a vivere di rendita sulle imponenti realizzazioni degli anni ’40-’60. Gli elettori se ne rendono conto da tempo, ma ogni volta che hanno osato sormontare le proprie tradizioni e votato per il centrodestra, sono rimasti delusi dalla disunione e rivalità fra i partiti che lo compongono. La novità del 2006 è che Reinfeldt è riuscito a ottenere da tutti la firma sotto un programma comune. Inoltre egli ha snellito l’immagine dei Moderatern, anche aggiungendo un «nuovi» alla denominazione del partito. Ha potuto così proporre una progressiva diminuzione delle tasse e i necessari ritocchi alla elefantiasi dello Stato Sociale senza dare l’impressione di volerlo abolire. Con la sua vittoria, Reinfeldt dovrebbe avere davanti quattro anni di stabilità e una maggioranza esile, ma compatta. Per questa sua volontà innovativa, il futuro premier è soprannominato «il Blair svedese»; naturalmente un Blair alla rovescia, che rinnova il centrodestra e non la sinistra. Una delle sue priorità è riportare la Svezia, per cominciare, nella sua posizione storica di leader nordico. Per arrivarci essa dovrebbe imparare dalla Finlandia per il sistema scolastico, dall’Estonia per la politica fiscale, dalla Danimarca per la gestione del lavoro e dall’Islanda per la capacità imprenditoriale. Oltre che, ma questo non è evidentemente possibile, dalla Norvegia per il suo petrolio.