La Svezia regina dell’hockey Nel suo oro c’è tanta America

Cinque uomini giocano nei Detroit Red Wings, compresi i tre goleador. Alla Finlandia 7 oscar per i migliori del torneo

Paolo Marchi

nostro inviato a Torino

Svezia oro, e così la Finlandia, battuta per 3 a 2 nella finale dell’hockey ghiaccio, ha chiuso le Olimpiadi di Torino senza avere vinto un titolo in un’edizione che ha visto ben diciotto nazioni centrare l’obiettivo massimo. Di inedite ci sono così state ieri le due finaliste, ma non la squadra campione: mai Svezia (alla quarta finale, tre perse e una vinta) e Finlandia (alla seconda, perse entrambe) si erano affrontate nell’ultimo match. Lo hanno fatto per la prima volta ieri dopo che, negli otto precedenti incontri a livello olimpico, i gialloblù si erano imposti per quattro volte e i biancoblù uno appena, nel ’98 a Nagano. Dato importante perché, battuto il Canada nel ’94 a Lillehammer, gli svedesi si sono poi fermati per due volte a metà torneo. Presto fuori in Giappone, contro i cugini finnici per l’appunto, e così pure quattro anni dopo a Salt Lake City quando persero nei quarti con la Bielorussia, cosa che bruciò molto al punto che ieri lo ha ricordato il capitano Mats Sundin, un armadio di 35 anni, 193 cm e 100 chili: «Perdere allora in quel modo fu qualcosa di cui abbiamo sempre chiesto scusa ai nostri tifosi e sapevamo che la maniera migliore era farlo da campioni olimpici».
Sundin, di ruolo attaccante, primo europeo a essere stato, nell’89, una prima scelta nella Nhl, la lega pro nord-americana, è uno dei tanti che lasceranno la nazionale e che ieri si è commosso. Potenza dei Giochi perché quando li guardi mentre il presidente del Cio, Jacques Rogge, infila loro la medaglia al collo, sembrano tutti tagliati con l’accetta nei tronchi di conifere dei loro boschi, altro che lacrime all’inno.
Finale splendida, con la Finlandia che a Torino ha tradito la sua vocazione di squadra votata all’attacco e allo spettacolo, con il tecnico Erkka Westerlund che l’ha bloccata su una difesa formidabile e contando su una ottima prima linea, insistendo però troppo su di essa. Critica e vertici organizzativi del torneo hanno premiato la squadra con la bellezza di sette oscar individuali su dieci: Antero Niittymaki è stato per tutti il miglior portiere e il miglior giocatore in assoluto, così come Selanne la miglior punta (due premi) al pari di Saku Koivu (uno). E a livello difesa ecco il riconoscimento per Timonen. Ma a tanta grazia non si è aggiunto quello che più contava: l’oro.
Finlandia presto in vantaggio con Timonen, poi raggiunta da Zetterberg e superata da Kronwall nel secondo tempo che si chiudeva con il pareggio firmato da Peltonen. Decisiva la terza frazione: dieci secondi e Lidstrom scaricava da lontano quando i finlandesi, sapendolo difensore, pensavano impostasse l’azione. E così gli uomini del destino si rivelavano Sundin (soprannominato Sudden, improvviso), e Lidstrom, difensore, come se la rete in un’eventuale finale mondiale in Germania la segnasse per l’Italia Cannavaro. «È un sogno per me che in America sono stato premiato per tre volte come miglior difensore. Ho visto una spazio e non ci ho pensato. No, non ho chiuso gli occhi: ho mirato». E la Finlandia avrà in pratica un tempo intero almeno per pareggiare ma quasi allo scadere la conclusione di Olli Jokinen veniva deviata da Lundqvist, festeggiatissimo: «Se potrò vantarmi di avere segnato il gol decisivo sarà per merito suo», dirà Lidstrom. E adesso tutti oltreoceano: i migliori giocano nella Nhl, chi resta in Scandinavia è un po’ come da noi un calciatore di serie B. Simpaticissimo in tal senso un appello del coach Gustafsson: «Per favore non scrivete che è l’oro dei Detroit Red Wings». Vi giocano in cinque, compresi tutti e tre quelli a segno ieri. Dunque, anche gli Stati Uniti si sono conquistati un pezzetto d’oro.