Allo sviluppo concorrano anche gli altri

di Francesco Forte

Nella discussione del vertice europeo, all’Italia si è chiesto «di fare di più». Questa richiesta è stata accolta con sadica felicità da Emma Marcegaglia, presidente uscente di Confindustria, nel discorso di Capri all’assemblea dei giovani industriali, per poter criticare il governo, come se fosse stato sin qui con le mani in mano e non avesse fatto la maxi manovra di agosto. Però, il più che ci si chiede non consiste in nuove restrizioni al bilancio, cioè di tirare la cinghia di un altro buco, ma di destinare risorse a una politica di crescita degli investimenti. Anche la richiesta di modifica delle età di pensionamento anomale rientra in questo discorso. La politica pro crescita ci viene sollecitata non solo per rendere più solida la nostra economia, rispetto al debito statale - che per altro abbiamo sempre onorato - ma anche perché se cresciamo di più, aumentano le nostre importazioni dai Paesi europei. E le loro maggiori esportazioni generano un impulso alla loro economia. E quindi, il fatto che il Fondo europeo di stabilità finanziaria, che ora ha una dotazione di oltre 400 miliardi, ne destini una parte a garantire una quota del nostro debito pubblico, e che la Bce compri un po’ del nostro debito per sostenerne le quotazioni, ricevono così una particolare giustificazione: come nel caso di una banca che presta soldi alla clientela, pensando che essa, grazie al maggior fatturato così generato, porterà all’istituto maggiori depositi. Il ragionamento fila. E i modi per reperire i soldi per la crescita si possono trovare, per noi, con i ricavi dei patteggiamenti nei milioni di controversie tra Fisco e contribuenti in sede di accertamento e in sede di contenzioso, attraverso l’accordo fiscale con la Svizzera sui nostri capitali depositati nelle banche elvetiche, in analogia all’intesa inglese e tedesca, con alienazioni d’immobili pubblici. Soldi che però vanno destinati, anche e soprattutto, a ridurre il nostro debito pubblico. Ma il ragionamento sui benefici della nostra crescita per gli altri Stati, vale anche al contrario. Ossia, l’Italia deve chiedere che in cambio del suo impegno pro crescita, anche gli altri Stati europei e l’Europa stessa facciano tale politica, così da avere un programma globale di sviluppo, come contraltare a quello europeo di rigore. La crescita dell’Italia sarà tanto maggiore, a parità di nostre politiche in tale direzione, quanto più ci saranno quelle degli altri Stati europei, e dell’Europa, dato che la nostra economia viene mobilitata in larga e crescente misura dall’export. Sinora la sollecitazione alla politica di crescita si è concentrata sulla richiesta di un magico decreto di sviluppo. Occorrono, invece, più decreti e interventi italiani, da combinare con le iniziative europee. Da questo punto di vista è sbagliato chiedere che l’Europa ci rilasci i contributi per il Mezzogiorno ora non utilizzati, per mancanza di nostra contropartita, per impiegarli senza il nostro apporto. Semmai, dobbiamo chiedere più iniziative finanziarie europee, con una nostra contropartita. Per mettere in moto le opere pubbliche e le infrastrutture occorre una spesa pubblica. Anche se una parte sostanziale di esse sono realizzate con investimenti privati, questi per essere resi redditizi hanno bisogno di un apporto pubblico. È però errata la tesi per cui questo apporto pubblico debba essere sempre un contribuito di capitale. Può consistere in contributi o sgravi fiscalI in conto esercizio, come accade per le energie rinnovabili, dove il privato riceve un premio per ogni chilowattora prodotto; o potrebbe accadere per il privato che avrà un esonero fiscale per una parte del reddito, o del ricavo, che otterrà da un investimento infrastrutturale. Posto che la dimensione della spinta alla crescita non si misura dall’entità della spesa pubblica che vi si dedica, rimane però vero che tale spesa occorre. Non si possono fare le frittate senza uova e le polpette di carne senza carne, anche se ci sono molti modi in cui una massaia ingegnosa e giudiziosa può fare con poche uova una grande frittata, e può dosare la carne nelle polpette, facendole più grosse e migliori. Concludendo, la politica di crescita che non si può esaurire in un solo decreto, esige intanto un’azione concreta rilevante da parte nostra, con tale decreto. In cambio di questo si può e si deve chiedere uno sforzo europeo di mobilitazione, in un quadro generale di sviluppo stabile. Ciò anche per non continuare a dare al mondo lo spettacolo di riunioni solo per parlare di debiti e di tagli, con effetti depressivi sui cittadini e sui risparmiatori.