Lo sviluppo con l’estetista

Dopo i cortei dei sottosegretari contro il governo in occasione della Finanziaria e quello di Di Pietro contro la sua maggioranza che votava l’indulto, ieri si è aggiunta un’altra perla alla collana delle anomalie di questa stramba stagione politica. Sul decreto di rifinanziamento delle nostre missioni militari, e in particolare su quella in Afghanistan, ben tre ministri non hanno partecipato al voto. Per la prima volta nella storia della Repubblica sul delicato e vitale fronte della politica estera il governo si è diviso. Prima sulla base americana di Vicenza, oggi sul rifinanziamento delle missioni militari. Ciò che è accaduto ieri non accadde neanche nei difficili governi cui partecipavano insieme De Gasperi e Togliatti. E passiamo alle «lenzuolate» di Bersani, che confonde le giuste semplificazioni burocratiche con le liberalizzazioni. Ma davvero il ministro dello Sviluppo pensa che la nostra economia crescerà se barbieri, estetiste, agenti immobiliari, parrucchieri, facchini, edicolanti saranno liberi di decidere quanti giorni dovranno lavorare o se tutti potranno fare gli stessi mestieri? Pensarlo è davvero ridicolo, anche se le semplificazioni della vita di ciascuno sono sempre bene accette. Ma c’è di più. Nella filosofia di Bersani la centralità la occupa la grande distribuzione, di cui le cooperative sono larga parte, dimenticando con ciò che le vere liberalizzazioni esistono se tutti possono vendere tutto. Se la grande distribuzione può vendere farmaci e benzina, tanto per fare un esempio, anche farmacisti e benzinai dovranno poter vendere di tutto e di più. E se la prima ha grande forza finanziaria, ai secondi bisognerebbe garantire un migliore accesso al credito e favorire, con agevolazioni fiscali, la fusione delle rispettive imprese commerciali se vogliamo avere un quadro microeconomico davvero concorrenziale. Diversamente, tra qualche anno avremo i signori della grande distribuzione che, più forti che mai, condizioneranno la vita e la morte delle imprese produttive, senza che i consumatori abbiano la più piccola alternativa, se non in quei territori nei quali la stessa grande distribuzione deciderà di non andare. Ma non è finita. Nel decreto legge varato ieri ci sono anche bugie che come sempre hanno le gambe corte. Il ministro Bersani ha revocato tutti gli affidamenti per la realizzazione dell’alta velocità, figli, a suo dire, di un marchingegno inventato dal governo del ’91 (Andreotti-Carli), che avrebbe peraltro fatto lievitare i costi. A testimonianza di questo assunto, Bersani porta anche una sentenza dell’Antitrust di Giuliano Amato (gennaio ’96). È bene che Bersani ricordi a se stesso, e a chi ha scritto queste sciocchezze nella relazione, che: a) l’alta velocità fu scelta quando Amato era sottosegretario alla presidenza del Consiglio, continuò quando egli era ministro del Tesoro e fu sostenuta politicamente dallo stesso quando era vicesegretario del Psi. Anche quando venne adottata la criticata procedura dei general contractor, condivisa anche dal vecchio Pci di Occhetto e di D’Alema; b) riguardo ai costi, Bersani può chiedere maggiori informazioni a Romano Prodi che, in qualità di presidente dell’Iri, nei primi quattro anni di quei contratti (’93-96) guidava ben due consorzi su sei; c) sempre sui costi, Bersani dovrebbe poi chiedere qualche informazione alla Tav Spa che dal 1998 divenne pubblica, e quindi con piena responsabilità nella vigilanza da parte delle Ferrovie e dei ministri dei Trasporti dell’epoca, Burlando e, guarda caso, lo stesso Bersani; d) dalla prima sentenza all’Antitrust (gennaio ’96) al dicembre 2000, quando il governo ha revocato per la prima volta alla Tav le opere non ancora iniziate, sono passati cinque anni durante i quali Bersani è stato sempre ministro. Quel suo governo in cinque anni non fece avanzare i lavori per la realizzazione dell’alta velocità, né revocò subito le concessioni oggi criticate e revocate. Una cosa, dunque, è chiara, a distanza di 14 anni l’alta velocità è sempre più un miraggio, e l’Italia sarà sempre più un villaggio marginale in un’Europa attraversata da ovest ad est da grandi, veloci e sicure reti di trasporto su ferro e su gomma. Un disastro per l’intero Paese, ed in particolare per il Mezzogiorno.