Svindal, un bis da leggenda Blardone, un’altra delusione

nostro inviato ad Åre

Aksel Lund Svindal, due nomi e un cognome che sentiremo ancora, non fosse altro perché favorito per la conquista della coppa del mondo, non è certo il primo norvegese campione del mondo in gigante, bensì appena il quarto dopo Eriksen (proprio qui ad Åre nel ’54), Aamodt (’93) e Kjus (’99), addirittura il quinto a conquistare più di un oro nella stesa edizione visto che Eriksen s’impose pure in slalom e combinata (che però era una media tra le tre gare di allora), Aamodt in slalom e Kjus in superG. E possiamo anche ricordare Attila Skaardal, oro in superG nel ’96 e poi a ruota nel ’97, questo per far capire che la grandezza di Svindal, ventiquattro anni lo scorso dicembre, un gigante di 189 centimetri per 98-99 chili di peso forma, è nella qualità delle gare vinte: primo in discesa e primo in gigante, dopo l’argento del 2005 in combinata a Bormio, di un niente davanti a Rocca e in scia all’austriaco Raich, il grande favorito di ieri, malamente in gara nella prima manche, disarcionato da un dente forse non visto o forse visto ma affrontato scarico, un po’ come tutte le aquile di Vienna, un titolo con la Hosp più due argenti e tre bronzi che da quelle parti equivale a un fallimento.
Gigante e discesa è un po’ come mettere assieme in atletica 200 e 400 (e non 100 e 200). Il gigante è lo sci alla sua massima espressione tecnica. In discesa servono coraggio e sci piatti, in slalom doti acrobatiche e sci inclinati, in gigante devi sapere dosare aggressività e morbidezza, un pugno in un guanto di velluto. Un gigantista vale un quarterback nel football Usa o un regista nel calcio, disegna linee perfette e non si inventa. L’arrivo di Thoeni nel gigante olimpico di Sapporo ’72 era la firma di un Nureyev, Svindal ieri un uragano. In una gara sul filo dei centesimi, ne ha rifilati, nella seconda manche, partendo per quarto, 71 ad Albrecht, argento, 61 a Cuche, bronzo, 57 a Ligety, 84 a Schieppati e Karlsen.
In sala stampa si è presentato con una felpa con scritta anti-razzismo («Bisogna sempre lottare per i propri diritti») e molta compostezza: «Non penso affatto di essere nella leggenda dello sci. Certo, ho eguagliato Colò ’50 e Sailer ’58, ma in coppa le vittorie sono solo quattro, poche per una leggenda. Il segreto? L’oro della libera mi ha rilassato, ma avrà più valore la coppa, perché premia chi è stato il migliore tutta la stagione. In fondo, a Olimpiadi e Mondiali non sempre vincono i più forti perché non contano tanto le qualità assolute, quanto lo stato di forma in quel momento e rido quando mi chiedono perché ai Giochi 2006 zero medaglie: a Natale mi ero fratturato due costole».
Orfano di madre all’età di otto anni, non ha fidanzata («Italiano? Voi italiani pensate sempre al sesso») e a chi gli domanderà perché qui brillano tanti giovani, darà una risposta perfetta: «Perché tutti invecchiano». A un’Austria bolsa e tronfia saranno fischiate le orecchie, mentre Max Blardone, al solito campione solo alla vigilia, era già lontano, caduto nella prima manche: «Sono partito malissimo, forzando e sciando di traverso. Mi sono spaventato, ho pensato che avrei beccato due secondi e ho preso ad andare più sciolto». E via con i se e con i ma. «La fortuna non mi ha aiutato». E la testa nemmeno.