Sviolinata fuori tempo

Il vero problema di certi Professori non è tanto quello di aver la pretesa d’insegnare, quanto quella di scrivere, di fissare sulla carta, a futura memoria, pensieri banali, come se fossero imperdibili perle di inestimabile saggezza. Prendete Romano Prodi, un esempio a caso. Ha colto l’occasione dell’invito a Dortmund per consegnare ai pubblici banditori la missiva di ringraziamento inviata alla signora Merkel («Gentilissima Cancelliera, carissima Angela»). Un breve testo grondante retorica amicale e socio-politica, una specie di «lied» per un idillio italo-tedesco, per l’asse della melassa, una mandolinata al chiar di luna. Nulla di male, sia chiaro, i buoni sentimenti non fanno danni, nemmeno quando sono espressi in forma enfatica. Il Professore, diciamolo, s’è fatto prendere la mano, s’è lasciato trasportare, non ha saputo arginare il suo entusiasmo ed è scivolato dal calcio alla politica, dal centro campo al fuori gioco, mettendo nero su bianco che «la Germania è molto di più di una squadra avversaria. Per noi è il grande Paese di riferimento. La nostra forza politica ed economica è reale solo se c’è l’accordo con la Germania».
Chissà quali scenate di gelosia provocherà questa letterina dolce nella diplomazia del Vecchio Mondo. Certo, la Germania è un grande Paese, l’Europa non è pensabile senza la Germania, ma in questo trasporto che trascende nella sfera delle affinità elettive – diamine, una citazione di Goethe s’impone – c’è una nota stonata se si considera il livore con cui parte della stampa tedesca (pseudo-colta e progressista e popolare) tratta gli italiani. Forse è eccessivo fare mandolinate quando mezzi d’informazione che pretendono di rispecchiare ampi strati dell’opinione pubblica tedesca ci chiamano sistematicamente e spregiativamente mandolinisti e parlano degli italiani come di un popolo di parassiti o, nel migliore dei casi, bagnini e camerieri. La cancelliera Merkel, ovviamente non c’entra, né si pretende che si rompano le relazioni diplomatiche con la Germania per le scempiaggini dello Spiegel e della Bild. Ma un professore vero, con uso di mondo e di penna, avrebbe forse trovato il modo di essere grato e cortese, ma un po’ più fermo, magari avrebbe anche ricordato il contributo dato da centinaia di migliaia di lavoratori italiani, che parassiti non sono, alla rinascita e alla crescita della Germania dopo l’Anno Zero. È una questione di stile, quella cosa che secondo un saggio (non tedesco) fa l’uomo.
La verità è che Romano Prodi ha colto l’occasione offerta dai mondiali di calcio per una serenata politica che rivela la forza del suo antico innamoramento per il «capitalismo renano», come modello ideale di sviluppo economico e sociale. E non è soltanto questo. La lettera vuole essere anche una profferta di allineamento all’asse franco-tedesco, e quel concerto di parte dell’Europa che con più decisione ha tenuto a smarcarsi dagli Stati Uniti, rendendo l’Atlantico più largo e l’Occidente meno coeso. Anche se la Merkel non è Schröder e ha migliorato i rapporti con gli americani. Ma senza affrontare il tema dell’antiamericanismo oggettivo di Romano Prodi, bisogna pur ricordare che il modello tedesco e anche quello francese sono in crisi. L’essere e il sentirsi europei, contribuire alla costruzione della comune casa politica non significa allinearsi acriticamente con i condomini più scontrosi. Né si possono prendere a modelli sistemi che negli ultimi anni hanno ottenuto più insuccessi che successi. E poi, la diplomazia è fatta anche di misura. E di senso del tempo, ma Romano Prodi viaggia con almeno vent’anni di ritardo.