Svizzera, ecco la vendetta islamica: "Chiudiamo i conti nelle loro banche"

L’indignazione e l’appello del ministro turco agli Affari europei: "Fratelli, le nostre porte sono aperte". E ora si teme la fuga di capitali

Dovrebbe essere l’uomo che rappresenta l’anima occidentale della Turchia. Si chiama Egemen Bagis è ministro per gli affari europei e capo negoziatore per l’adesione del suo Paese alla Ue. Un uomo minuto, un po’ sovrappeso, pallido e in apparenza moderato, ma che in queste ore si sta segnalando per la virulenza dei suoi attacchi alla Svizzera.

Tutto il mondo musulmano si è indignato per il risultato del referendum con cui gli elettori elvetici hanno vietato la costruzione di minareti, nessuno, però, si era spinto al punto di invocare misure punitive nei confronti di Berna. Bagis lo ha fatto sollecitando i musulmani a ritirare i fondi dalle banche elvetiche.
«Sono certo che questo voto spingerà i fratelli dei Paesi musulmani che hanno depositi bancari in Svizzera a rivedere le proprie decisioni», ha dichiarato l’altro giorno secondo quanto riporta il quotidiano Hurryet. E sull’onda ha ricordato che «le porte del settore bancario turco, uscito illeso dalla crisi finanziaria, sono sempre aperte a tutti». Come dire: lasciate Zurigo, Ginevra, Lugano e venite a Istanbul.

Ipotesi, questa, improbabile. C’è davvero qualcuno disposto a fidarsi delle banche sul Bosforo? I finanzieri islamici cercano la sicurezza, tanto più dopo il crac immobiliare di Dubai e non la troverebbero di certo a Istanbul. Tuttavia le banche di Ginevra e Zurigo ospitano da sempre immensi patrimoni di origine araba e se il movimento di indignazione dovesse continuare non è escluso che qualche magnate decida davvero di partire, preferendo piazze come Londra, Vienna o Singapore.

Insomma, il rischio di una fuga dalla Svizzera esiste. Già danneggiata dallo scudo fiscale varato da Tremonti, la Svizzera potrebbe fronteggiare un ricatto dal mondo musulmano. Non è un caso che la Lega araba abbia chiesto di ripetere la votazione popolare, dimostrando una curiosa concezione della democrazia. Siccome il risultato irrita i musulmani, gli svizzeri dovrebbero rinnegare se stessi e tornare alle urne; votando sì, naturalmente. Altrimenti - par di intuire - le ritorsioni finanziarie potrebbero diventare realtà.
Gheddafi ha già indicato la via. Ieri, ad appena due giorni dal referendum, un tribunale libico ha condannato a sedici mesi di carcere i due uomini d’affari elvetici, che erano stati fermati quale ritorsione al breve arresto, nel luglio del 2008, a Ginevra di Hannibal Gheddafi, figlio del Colonnello, accusato di aver maltrattato pesantemente i domestici in servizio nella sua villa. Una vicenda assurda, quella del figlio di Gheddafi, in cui la Svizzera fu costretta a scuse umilianti e peraltro inutili, perché i due uomini d’affari non furono mai autorizzati a tornare in patria, nonostante le promesse libiche. Ora si trovano nell’ambasciata elvetica a Tripoli, dove rischiano di rimanere a lungo. E ieri a rincarare la dose è arrivato un editoriale di Jamahirija, principale quotidiano libico, dal titolo più che esplicito: «Impediremo la costruzione di nuovi campanili». Il pezzo è una collezione di minacce: «Chiunque odia l’Islam non potrà più godere della nostra ricchezza, introdurre container con le proprie merci, non andrà più in macchina sfruttando il nostro petrolio»
Un affondo che fa il paio con la dichiarazione del ministro Bagis, chiaro segnale della deriva islamica del regime turco. Ed è questa Turchia che pretende di essere accolta in Europa.