La Svizzera come l’America: gli ex immigrati fanno fortuna

Italiani, spagnoli, portoghesi, turchi, hanno dato uno scossone al tradizionale immobilismo sociale della Confederazione

Luciana Caglio

Il lavapiatti che diventa manager: sembrava un modello inesportabile, la leggendaria scalata tipica dell’«american way of life». Invece, sta insediandosi proprio in Svizzera, sconvolgendo la tradizione di una stabilità sociale che, in teoria, frena gli spostamenti rapidi da un ceto all’altro. Insomma, come dicono le statistiche, nella Confederazione, si registra sull’arco dei decenni «una riproduzione delle condizioni sociali». In altre parole, chi nasce in basso difficilmente riesce a salire in alto. Ora, quest’immobilismo ha subito, negli ultimi anni, uno scossone, non ancora assimilato, ma ormai percettibile nella nuova realtà di un paese che cambia più in fretta della sua immagine ufficiale. A provocarlo sono stati gli immigrati che, con la loro forza numerica e soprattutto con l’impareggiabile voglia di fare, hanno dimostrato come le origini modeste non rappresentino una premessa negativa, un ostacolo alla conquista del benessere e, persino, del successo. Anzi, la partenza dal basso mobilita energie fisiche e morali che possono portare lontano e persino in una società che, agli stranieri, sembrerebbe riservare una zona nell’ombra. Da cui, invece, non pochi emergono.
«Se si vuole, si può»: titolava l’importante settimanale zurighese Die Weltwoche, un servizio dedicato, appunto, al fenomeno, perché ormai di fenomeno si deve parlare, di questi ex-immigrati, soprattutto italiani, spagnoli, portoghesi, turchi, che, nella Confederazione, hanno trovato l’America. Gente, arrivata, senza un soldo, senza una parola di tedesco, senza un diploma, come il turco Erdogan Göduman, oggi «King Kebab» a Zurigo, dove gestisce una catena di tavole calde e ristoranti. O Bruno Bencivenga, figlio di un gessatore italiano, passato da commesso a responsabile del marchio Benetton e poi a creatore di moda. O il portoghese José Joao Gonçalvez e l’avellinese Mario Ciccone, esperti a livello mondiale nella tecnica per la verniciatura d’auto. E sarebbe interminabile l’elenco degli stranieri, o naturalizzati, che sono riusciti a farsi un nome, ottenendo una visibilità pubblica, nel mondo dello spettacolo, dello sport, delle scienze.
Ma, al di là di questi casi emergenti, una diffusa spinta a salire si concretizza in piccole e dignitose affermazioni personali: il bar o il negozio in proprio, l’attività di direttore d’albergo, l’azienda artigianale, l’impresa di trasporti. Non di rado, il successo di queste iniziative dipende dalla capacità di avvertire lacune da colmare. Com’è avvenuto in Ticino dove proprio gli immigrati, agli inizi soprattutto italiani meridionali, sono intervenuti nel settore della ristorazione, abbandonato dai ticinesi, passati in massa al terziario bancario. «Mi sono reso conto che, a Lugano, mancavano le specialità della cucina mediterranea», racconta Francesco Jadonisi, arrivato in Svizzera da Benevento, una ventina d’anni fa. Per dar seguito a quest’intuizione, si è dato da fare, imparando le lingue e il mestiere. Oggi, a Lugano gestisce sei ristoranti e un grotto nei dintorni. Una carriera in veloce ascesa in cui non ha incontrato difficoltà né pregiudizi, determinati dalle sue origini: «Semmai a Zurigo, un tempo, ma non in Ticino: gli ostacoli li incontra chi non è capace».
Del resto, e può sorprendere, questi problemi di tipo culturale, discriminazioni razziali o religiose, non sembrano interferire nella realtà di persone, completamente assorbite dal lavoro. Lo conferma Efrem Alacam, turco aramaico oggi cittadino elvetico, proprietario di un laboratorio di sartoria nel centro di Lugano: «Mi sono integrato facilmente, forse perché sono cristiano. Certo, ho avuto la vita dura: non vendo prodotti, vendo prestazioni. Faccio soprattutto riparazioni e modifiche, un settore di cui si sentiva la mancanza. Tant’è vero che altri tre turchi, aramaici come me, hanno poi aperto, anche loro, un laboratorio. È un lavoro impegnativo, ma che dà i suoi frutti. Mi sono fatto una casa. E mio figlio, dopo il servizio militare svizzero, potrà studiare all’università»
Un altro balzo in avanti che, spesso, viene delegato ai figli. Osserva, in proposito, Carlo Luisoni, già consulente professionale a Lugano: «Tra i figli degli immigrati è diffusa una predisposizione a fare, innovare, rischiare. Ciò che li differenzia dagli svizzeri, che non si buttano, bloccati dalla vecchia filosofia del posto sicuro. Si corre, insomma, a due velocità: immigrati, adesso indiani e cinesi, in testa, e svizzeri in ritardo».