Ma la Svizzera non era neutrale?

L’ironia neanche troppo sottile è che la guerra Europa-Libia la dichiara l’unico paese neutrale. Perché questa storia nasce tutta in Svizzera. La pacifica Svizzera, anzi la pacifista Svizzera. I Gheddafi indicati come persone non gradite in territorio elvetico sono il pretesto per una battaglia che ha retroscena diplomatico-finanziari-energetici.
Il problema non è questo, però. Il problema è che qui viaggiamo tra il paradossale e il surreale: perché ci insegnano alle elementari che il paese dei Cantoni è la terra della tranquillità, della felicità, della solidarietà, della giustizia, della qualità della vita massima e del dispiacere minimo. Nel Nord Italia si vive sempre in un perenne confronto: gli svizzeri vengono presi in giro e poi però un po’ invidiati, perché nella loro rigidità sono spesso quello che molti loro confinanti vorrebbero essere. Tutti bravi, tutti ricchi, tutti sereni, tutti disciplinati. Solo che loro, gli svizzeri, nell’immaginario collettivo assomigliano ad Aldo, Giovanni e Giacomo, quando fanno i ticinesi. Qualcosa di cui sorridere perché in fondo è da ammirare. L’idea di una pace sociale così diffusa che fa diventare una piccola fuga di gas un titolo da prima pagina. E poi c’era quell’insormontabile superiorità morale: la neutralità. Con quella la Svizzera era diventata un termine di paragone, la cifra dell’onestà. Certo loro le armi le facevano e poi le vendevano agli altri paesi. Però vuoi mettere? «La Confederazione elvetica è contraria a ogni forma di conflitto». Era un simbolo, santo cielo. Pure la bandiera: la croce rossa al contrario, cioè la riproposizione opposta come colori dell’unico segno di pace in una guerra. La Svizzera era una certezza: se un giorno fosse capitata una cosa terribile in Italia, avremmo potuto sempre andarcene lì. Ci avrebbero accolto di sicuro. Diffidenti, magari. Però buoni. E con loro, da loro, saremmo rimasti al sicuro. Invece no. Questi sono dei livorosi attaccabrighe.
C’avranno pure ragione contro i Gheddafi, però l’impressione è che abbiano voglia di fare la guerra a tutti. L’hanno dichiarata agli Stati Uniti. L’hanno persa. Poi l’hanno dichiarata all’Italia per lo Scudo fiscale, alla Germania, alla Francia, al resto d’Europa. E le hanno perse tutte. Guerre fiscali, certo. Però guerre comunque. Senza armi che sparano, ma con soldi e intrallazzi che a volte sono pure più pericolosi. Una contraddizione unica, la Svizzera. Con 140mila cittadini soldati dai 20 ai 34 anni, coscritti e addestrati tra le 18 e le 21 settimane, per una nazione che da nove secoli si considera eletta, perché libera e democratica e appunto neutrale. Noi che neutrali non siamo abbiamo abolito la leva, loro no. Magari sbaglia l’Italia, però comunque anche lì qualcosa non torna. E non è l’unica cosa. Prendi il caso Polanski: trent’anni da uomo libero ovunque, poi preso come un criminale in Svizzera. A ragione, per carità. Però resta un’anomalia lo stesso: l’unico posto dove il regista credeva di essere veramente al sicuro, in realtà è stato quello dove è rimasto fregato. Ed è tutto così da quelle parti. Un gioco continuo sul filo della doppiezza: la Svizzera è libera, ricca, democratica federale, poliglotta e multinazionale, però chiusa, diffidente, arrabbiata e poco amica degli immigrati, siano essi africani, asiatici o anche europei. È un'isola al centro dell'Europa che non vuole entrare nell'Ue, non vuole l'euro, fatica a collaborare coi paesi amici, coltiva riserbo e discrezione. Gli svizzeri devono essere impazziti qualche mese fa quando si sono sentiti accerchiati dal mondo per il segreto bancario, crollato poi sotto i colpi delle richieste pressanti dei Paesi che vogliono recuperare capitali che la Confederazione nasconde. Non pensavano di sbagliare, evidentemente. Così l’hanno presa male e continuano a farlo. Neutralità? Macché. Alla Germania, per esempio, hanno appena detto che se Berlino compra i dati con i nomi dei tedeschi con conti occulti in Svizzera, allora saranno resi pubblici anche gli affari di politici e imprenditori tedeschi di primo piano. Ricatto, ritorsione, rappresaglia, vendetta: sono tutti termini appropriati e però di solito abbinati alla guerra. Qui invece sono aggettivi per un Paese neutrale, pacifico e pacifista. Forse.