«Svizzera razzista? No, c’è troppa insicurezza»

In passato c’era più integrazione. Ora i nuovi arrivati non si adattano alle norme e ai costumi elvetici

nostro inviato a Lucerna

«Il problema è che gli immigrati di oggi non sono come quelli di una volta. E chi parla di xenofobia non capisce proprio nulla». A parlare così tanti svizzeri, poco importa dove: a Zurigo, a Ginevra o a Lugano. Il sentimento è comune: c’è paura, rabbia, disorientamento. Sono le ragioni che hanno indotto quasi il 30% degli elettori a votare per il leader conservatore Christoph Blocher alle elezioni federali di domenica scorsa.
A molti tutto ciò appare paradossale, perché la Confederazione elvetica non ha certo i problemi della Francia, dell’Italia e nemmeno della Germania. È un Paese che, dati alla mano, va benissimo: l’economia tira, la disoccupazione è scesa al 2,5%, i tassi di interesse sono più bassi di quelli dell’euro. Eppure il disagio esiste e penetra nell’anima di una nazione che vede incrinarsi equilibri sociali e istituzionali consolidati da decenni. Chi pensa che la Svizzera sia chiusa al mondo si sbaglia di grosso. Al contrario, è da sempre aperta all’immigrazione, al punto che gli stranieri rappresentano più del 20% della popolazione. Gente che in passato veniva qui e si integrava senza problemi. Fino alla fine degli anni Novanta (esaurita l’ondata italiana) erano soprattutto spagnoli e portoghesi ad emigrare, mentre oggi sono per lo più di origine balcanica - albanesi-kosovari, bosniaci, serbi - con crescenti presenze asiatiche e africane.
Quando nelle tre principali regioni linguistiche elvetiche i Mayer, i Jeanneret o i Bernasconi sostengono che l’ultima generazione di immigrati si adatta meno alle norme civiche e ai costumi elvetici, non esagerano. Molti dei nuovi arrivati si adeguano, ma persistono ampie minoranze di disadattati. Così nessuno si stupisce se scopre che è straniero l’80% delle persone arrestate per risse, aggressioni e spaccio di stupefacenti, il 64% di chi commette furti con scasso e il 70% dei detenuti. Basta scorrere le pagine di cronaca dei giornali locali, come la Neue Luzerner Zeitung o il Corriere del Ticino per percepire una società che non è più al riparo dal crimine come un tempo. Anche nelle scuole. «Il figlio di un mio amico è stato picchiato brutalmente da un compagno di classe albanese», ci racconta un impiegato bancario sulla cinquantina. «Provi a dire ai suoi genitori che bisogna accogliere questa gente - s’infiamma -. Io, come loro, ho votato per l’Udc di Blocher».
Anche qui, nella tranquillissima Svizzera tedesca, aumentano i casi di bullismo, di violenza giovanile, addirittura di stupro, che nella maggior parte dei casi vedono protagonisti figli di immigrati. Nelle zone di confine negli ultimi anni sono aumentate le rapine nelle ville, talvolta violente, spesso ad opera di bande rumene, perlomeno in Ticino. Bastano pochi episodi nell’arco di alcune settimane per creare allarme e la percezione di una mancanza di sicurezza. Sì, la gente paura. E non ha più pazienza.
Quando Blocher e gli altri leader dell’Udc denunciano abusi nell’assistenza sociale - dimostrando che gli stranieri beneficiano del 40% delle prestazioni benché rappresentino solo un quinto della popolazione - la gente applaude. E dice basta. Sono soprattutto gli anziani, gli operai, la piccola e la media borghesia a sentirsi minacciati. «Questi stranieri vengono qui, non imparano la lingua e approfittano della nostra solidarietà», sbotta il sessantenne Kurt Leumann in un caffè, «perché non se ne vanno?».
Blocher sa parlare a questa Svizzera e, affermando a voce alta quello che un tempo veniva solo borbottato, ha infranto più di un tabù: la gente è fiera di dire che vota per lui. «Sono ormai l’unica elvetica rimasta nel mio condominio - ha dichiarato recentemente Juliana Hochstrasser, 68enne che abita nel sobborgo zurighese di Duebendorf -. Ed è inutile appendere biglietti all’entrata o in lavanderia. I miei coinquilini non sono nemmeno in grado di leggerli. Solo l’Udc sa capirmi». Già, questo è il punto. Gli altri partiti non hanno saputo intercettare il malumore della società, e chi ha proposto politiche buoniste e ha puntato sulla demonizzazione di Blocher è stato punito severamente; come i socialisti, che hanno perso oltre sei punti percentuali e nove seggi alla Camera bassa.
Anche la questione europea e gli effetti della globalizzazione hanno influenzato non poco il risultato di domenica scorsa. Secondo un luogo comune, la Svizzera vive arroccata fuori dall’Europa. Che non sia membro della Ue è indubbio, ma di fatto i legami sono sempre più stretti: gli accordi bilaterali consentono la libera circolazione dei cittadini europei in Svizzera, Berna versa un miliardo di franchi svizzeri (circa 650 milioni di euro) per lo sviluppo dei Paesi dell’Est, e da marzo cadranno i controlli doganali alle frontiere in seguito all’adesione agli accordi di Shenghen.
Ma questo processo ha avuto ripercussioni negative, come la diminuzione dei salari per la concorrenza dei lavoratori provenienti dai Paesi limitrofi. Più in generale, ha provocato un senso di smarrimento. Lo svizzero medio si sente sballottato da flussi che intuisce superiori alla sua volontà, ma che in cuor suo non accetta. E allora cerca rifugio nell’identità nazionale. Un popolo che per indole e storia è sempre stato confederale e dunque per nulla sciovinista, si mostra improvvisamente patriottico. E in Blocher vede un leader che certo non potrà far tornare i vecchi tempi, ma che tenta di difendere una realtà politica e civile di cui i suoi concittadini continuano ad andar fieri.
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