Svizzera, Ubs fa vacillare il segreto bancario

In casa Unicredit è come se il tempo fosse tornato indietro di dodici anni. Allora non c’erano che le fondamenta di quella che sarebbe diventata una delle prime banche in Europa ma a Piazza Affari poco importa. L’amministratore delegato Alessandro Profumo ha visto il titolo piombare ai minimi dal 1997, subire in chiusura un tonfo del 6,39% a un prezzo di 98 centesimi. Sotto la soglia psicologica di un euro, violata al ribasso due volte nel corso delle giornata dopo aver oscillato tra 0,9855 e 1,059 euro tra scambi per il 2,5% del capitale: diventare azionista di Unicredit costava ieri poco più di un caffè.
Quasi un segno di sfiducia verso le prospettive della banca malgrado, come promesso, negli stessi istanti le grandi fondazioni azioniste (Crt e Carimonte) e i fondi sovrani arabi stessero assorbendo interamente il maxi-prestito «cashes» da 2,98 miliardi gestito da Mediobanca come rete di protezione a un aumento di capitale andato deserto (3,083 euro il prezzo di sottoscrizione). I titoli, emessi su base fiduciaria da The Bank of New York (Luxembourg), avranno durata fino al 2050 e pagheranno una cedola trimestrale pari all’Euribor a tre mesi più uno spread di 450 punti base. L’operazione rientra nella cura d’urto da 6,6 miliardi voluta in ottobre da Profumo per rafforzare il patrimonio della banca (la capitalizzazione di Borsa si è ridotta a 13,1 miliardi) in termini di Core Tier1. Un parametro finanziario chiave, cui mirano a offrire sostegno anche i cosiddetti «Tremonti bond» che oggi dovrebbero ricevere l’ultimo via libera da parte della Commissione Europea: lo ha auspicato lo stesso ministro dell’Economia: «Spero per venerdì nell’ok definitivo». Ma secondo Tremonti per ripristinare la fiducia nei mercati occorre anche tornare alle «vecchie, gloriose regole del capitalismo: un passaggio importantissimo è quello di abrogare tutte le regole Ias e mark to market. Sembrano inventate da Bin Laden per distruggere il capitalismo: sono regole davvero suicide», ha detto il ministro.
Tornando a Unicredit, in sei giorni ha ceduto il 30%. A pesare è stato il crollo della Nuova Europa, area che da sola rappresenta 88 miliardi di impieghi. In ogni caso un pessimo viatico per il «teatro» del Forex, che apre i battenti oggi a Milano per la quindicesima edizione, con il gruppo di Profumo ad ospitare i grandi banchieri italiani che converranno alla Fiera per ascoltare Mario Draghi: un anno fa, quando la sede del Forex fu scelta, nessuno avrebbe potuto immaginare in quali condizioni ci si sarebbe arrivati. E il governatore di Bankitalia, che già negli anni scorsi ha dimostrato di non fare «sconti» alla platea, non potrà che spronare le banche a ripulire i bilanci. Una linea di «severità» che sempre dal palco del Forex lo aveva indotto a puntare il dito sugli altri difetti del credito, segnando una netta linea di demarcazione rispetto alla gestione del predecessore Antonio Fazio.
Ora a Uncredit, chiusa la partita dei cashes, l’attenzione si sposta sulla composizione del nuovo cda. A partire dalla posizione di Cariverona, primo azionista del gruppo con il 6% ma rimasta isolata dopo aver negato a sorpresa il proprio sostegno al cashes costringendo gli enti di Torino e di Modena a correre ai ripari per altri 440 milioni insieme ai fondi di Abu Dhabi e a quelli di Tripoli. Resta da capire se per continuare a sedere in cda Verona sarà costretta a presentare una lista di minoranza mentre i libici hanno già prenotato una vicepresidenza che, secondo Panorama, è destinata al governatore della banca centrale Fahrad O. Bengdara.