Svolta «atomica» dell’Iran Via il ministro moderato arriva l’uomo del nucleare

Silurato, rimpiazzato, umiliato. Tutto in un solo colpo. Tutto mentre è in visita ufficiale in Senegal. A Manouchehr Mottaki il benservito arriva così, recapitato senza preavviso mentre il ministro degli Esteri iraniano è nel mezzo di una visita ufficiale all’estero. Un siluro manovrato da Mahmoud Ahmadinejad, ma benedetto dalla Suprema Guida Alì Khamenei e innescato dal potente partito dei Pasdaran. Quel siluro rischia però di far crollare anche l’ultimo fragile paravento dietro a cui si cela la spietata lotta per il potere in corso a Teheran. Quella lotta minaccia di travolgere le istituzioni, spianare il complesso sistema di contrappesi studiato a suo tempo dal grande architetto Ruhollah Khomeini e trasformare la Repubblica Islamica in una dispotica e incontrollabile dittatura nelle mani delle fazioni più fanatiche ed intransigenti.
La rimozione di Manoucher Mottaki, sostituito Ali Akbar Salehi, un vice presidente responsabile anche dell’Organizzazione per l’Energia Atomica, è solo la prima conseguenza delle sorde battaglie che da mesi contrappongono lo schieramento neo-integralista guidato da Ahmadinejad alle cosiddette fazioni “razionali”, i moderati dello spiegamento conservatore allineati con il presidente del Parlamento Alì Larijani. Una guerra combattuta sia nell’aula parlamentare sia in quelle stanze del ministero degli Esteri dove da un anno gli uomini vicini al presidente studiano la rimozione di Mottaki. La battaglia in corso al Majlis, il Parlamento iraniano, non è neppure così segreta. Da settimane un gruppo di conservatori guidati dal deputato Ali Mottahari briga per raccogliere le 72 firme necessarie a convocare in aula il presidente e costringerlo a rispondere a una serie d’interrogazioni sui milioni di dollari spesi all’insaputa del Parlamento, sui contributi e sussidi a pioggia garantiti alle provincie controllate dai suoi uomini e sul misterioso progetto che prevede il trasferimento di cinque milioni di abitanti dalla poco controllabile Teheran alle devote zone rurali. Per tutta risposta Ahmadinejad ha smesso di firmare le leggi emanate dal Majlis, svuotandolo di ogni potere. E lo scorso 29 novembre s’è spinto più in là, arrivando ad attribuirsi pubblicamente il ruolo di seconda carica dello Stato. «In quanto presidente – dichiara in una conferenza stampa - guido il potere esecutivo, vengo subito dopo la “Suprema Guida” e ho il compito di realizzare il mandato costituzionale». Parole impronunciabili senza l’appoggio o almeno il consenso dell’Ayatollah Alì Khamenei.
La drastica scelta di campo della Suprema Guida, la sua rinuncia al tradizionale ruolo di ago della bilancia, è tutta legata al futuro del figlio Mojtaba, un esponente clericale ultra integralista considerato il burattinaio della prima elezione a presidente di Ahmadinejad e della sua contestata rielezione. Deciso a succedere al genitore nonostante le insufficienti qualifiche religiose, Mojtaba può però contare sulle milizie basiji, già impiegate a suo tempo per reprimere e arrestare i riformatori, e sul pieno appoggio dei più importanti generali dei pasdaran. La vera arma segreta di quest’oscuro e temuto 41enne cresciuto all’ombra degli ayatollah più radicali e dei servizi di sicurezza è la sua capacità di condizionare le scelte paterne. Dietro suo suggerimento il vecchio e malato Khamenei avrebbe concesso mano libera ad Ahmadinejad e il presidente ne avrebbe immediatamente approfittato per aprire la stagione delle purghe e togliersi dai piedi il detestato Mottaki.
Un anno fa il ministro degli esteri - considerato un fedelissimo di Larijani - aveva bloccato la nomina di sei inviati nominati dal presidente allo scopo di sottrargli competenze in alcune aree chiave della politica iraniana come l’Afghanistan, il Medio Oriente e Mar Caspio. A quel tempo il “niet” di Mottaki - garantito dall’appoggio della Suprema Guida - aveva costretto Ahmadinejad a nominare dei semplici consiglieri. La recente scelta di campo di Khamenei ha però tolto ogni protezione a Mottaki, regalando ad Ahmadinejad l’occasione per un’immediata e oltraggiosa vendetta.