La svolta della Cgil: "Adesso basta immigrati"

Tempo di crisi, anche nel Nordest le aziende non assumono più. E la
sezione di Treviso del sindacato rosso chiede di bloccare nuovi
ingressi: <strong><a href="/a.pic1?ID=306827">&quot;Dobbiamo tutelare i lavoratori
che già vivono qui&quot;</a></strong>

Treviso - Stop all’arrivo di nuovi immigrati. Chi lo dice, la Lega Nord? No: la Cgil. «Noi chiediamo che non si facciano entrare altri lavoratori stranieri», ha detto il segretario provinciale del sindacato rosso, Paolino Barbiero, alla Tribuna di Treviso. Il ripensamento è dovuto alla crisi economica che nel Nordest colpisce già in profondità e ha costretto molte piccole aziende a mettere in mobilità parte dei dipendenti. «Gli stranieri rimasti senza impiego fra sei mesi rischiano l’espulsione - è il ragionamento di Barbiero - dunque è inutile farne arrivare altri. Prima devono tornare al lavoro quelli che vivono da anni in Italia, hanno famiglia, figli, la casa, un mutuo».

È uno degli imprevedibili effetti del peggioramento della situazione economica: la Cgil si ritrova d’accordo con la Lega. La convergenza non avviene in una località marginale, ma in una roccaforte del Carroccio, dove il partito di Umberto Bossi governa la provincia, il capoluogo e una bella fetta di comuni. Treviso è la patria del ministro Luca Zaia, del segretario leghista veneto Giampaolo Gobbo e soprattutto del primo sindaco-sceriffo Giancarlo Gentilini. Sembra di sentirlo, il pistolero, che scoppia in una risata delle sue e prorompe nel repertorio classico: lo dicevo io, se mi avessero ascoltato subito non saremmo arrivati a questo punto.

Ma Treviso è anche la provincia del Triveneto con il più alto numero di immigrati: secondo i dati della Cgia di Mestre, essi costituiscono il 10,1 per cento della popolazione; seguono Verona e Vicenza con il 9,6 contro una media regionale dell'8,4. In queste zone assetate di manodopera, gli stranieri sbarcati con la voglia di lavorare sono stati accolti con una soddisfazione pari all’ostilità verso i delinquenti. Ora però c’è crisi e le aziende di qui ne risentono più che altrove per le dimensioni ridotte e la maggiore difficoltà a ottenere credito bancario. Ed ecco che il blocco all’immigrazione, da rivendicazione nordista bollata come xenofoba, «rigurgito razzista» di categorie privilegiate che disprezzano le classi più bisognose, si trasforma in necessità invocata perfino dalla Cgil.

«Nella sola Treviso sono migliaia gli immigrati lasciati a casa dalle aziende - dice Barbiero -, col rischio di essere espulsi o costretti a restare sul territorio in condizione di clandestini. Abbiamo chiesto alle autorità che intervengano sul governo perché si sospendano i nuovi flussi finché non saranno riassorbiti i disoccupati stranieri, oltre, s’intende, a quelli italiani». Ne sono già stati informati i ministri Maroni e Sacconi (trevigiano pure lui). Giovedì in provincia è in programma un vertice tra sindacati e imprese dove la richiesta di sospendere i flussi sarà ufficializzata. Ma Cisl e Uil dissentono, come per il contratto degli statali: la Cgil, sostengono le due confederazioni, «presuppone che una procedura amministrativa possa regolare o addirittura impedire un fenomeno economico e sociale. I flussi di immigrati non sono come un rubinetto di acqua che apri e chiudi. Non sono le quote a determinare l’immigrazione».