La svolta degli Usa: Obama apre al dialogo con gli ayatollah

La frase è bella - «Contro il terrorismo servono alti ideali, non ricorreremo mai più alla tortura» - e riconcilia l’America con i suoi valori più autentici, ma era attesa e dunque non impressiona. Nel giorno in cui Barack Obama ha presentato ufficialmente Leo Panetta come prossimo capo della Cia e Dennis Blair quale «zar» dell’antiterrorismo, la vera notizia è un’altra e prefigura una svolta radicale rispetto all’era Bush. Il prossimo presidente degli Stati Uniti intende dialogare con l’Iran e, secondo fonti autorevoli, anche con Hamas. Fine dell’ostracismo a oltranza. Se l’America vuole la pace deve dialogare con i suoi nemici, chiunque essi siano.
L’annuncio su Teheran è ufficiale anche se condito dalle consuete denunce sulla pericolosità del regime degli ayatollah, per abituare gradualmente l’opinione pubblica americana ai nuovi toni in politica estera. «L’Iran rappresenta una minaccia autentica per la sicurezza degli Stati Uniti - ha dichiarato il presidente eletto durante la quarta conferenza stampa in quattro giorni -. Ma dovremo perseguire i nostri obiettivi con pragmatismo e dunque puntando sulla via diplomatica più di quanto sia stato fatto finora». E siccome finora gli unici colloqui, indiretti, sono avvenuti sulla questione del nucleare, Obama lancia un messaggio forte, sebbene, per ora implicito: se si vogliono raggiungere risultati con Teheran occorre che la trattativa sia di ampio respiro. Già, ma come rassicurare Israele e i Paesi arabi sunniti che diffidano degli integralisti sciiti? E come credere a un regime che, tramite il suo presidente Ahmadinejad, incita pubblicamente all’odio e all’antisemitismo?
La svolta è considerevole, ma nessuno può dire se sia realistica. Il precedente di Colin Powell è incoraggiante: nel 2003 l’allora segretario di Stato dialogò in segreto con Teheran, ottenendo eccellenti risultati, tuttavia il ministro della Difesa Wolfowitz e i neoconservatori, allora imperanti alla Casa Bianca, mandarono tutto all’aria. Storicamente, però, i presidenti troppo concilianti raramente ottengono i risultati sperati. E negli ambienti repubblicani, c’è chi scommette che Barack Obama si rivelerà un nuovo Jimmy Carter.
La Palestina sarà, con ogni probabilità, la prima crisi che dovrà affrontare dopo l’insediamento alla Casa Bianca. In campagna elettorale ha ribadito più volte il suo sostegno allo Stato ebraico e la maggior parte della sua squadra diplomatica è filoisraeliana, a cominciare dal prossimo capo della diplomazia Hillary Clinton. Obama, insomma, non abbandonerà il governo di Gerusalemme, che resterà un alleato fedele degli Stati Uniti, ma forse meno influente di quanto sia stato negli ultimi vent’anni, soprattutto se lo scoop del Guardian e del Daily Telegraph troverà conferme. La nuova amministrazione intenderebbe dialogare anche con Hamas. Con molta cautela e, soprattutto, in segreto. Nessun riconoscimento ufficiale. Per ora; ma Barack vuole ripercorrere la strada che negli anni Ottanta indusse l’allora presidente Reagan a sdoganare l’Olp di Arafat, fino a quel momento considerata un’organizzazione terroristica.
Nella serata di ieri, sollecitato da Fox News, un portavoce di Obama ha negato un cambiamento di rotta, ma sono ben tre i consiglieri del prossimo presidente che, sotto anonimato, si sono confidati con il Guardian. L’apertura non sarà senza condizioni: Hamas dovrà rinunciare alla lotta armata e intraprendere un processo di riconciliazione con Fatah. Tuttavia il nuovo governo Usa è persuaso che il gruppo islamico, sebbene in forte perdita di popolarità, rappresenti una realtà radicata nel panorama politico palestinese e dunque ineludibile: senza il suo coinvolgimento qualunque processo di pace è destinato al fallimento.
Nel frattempo Obama non intende interferire nell’attuale crisi, ma, in cuor suo spera che l’offensiva israeliana serva a debellare l’influenza, oggi considerevole, dell’ala militare del movimento palestinese. Se così sarà, Washington tenterà un approccio, sapendo che a Gaza un altro Paese ha un’influenza decisiva: proprio l’Iran, da sempre grande padrino di Hamas.
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