La svolta dei media britannici: «Non diamo voce ai terroristi»

Luciano Gulli

nostro inviato a Londra

Inutile domandare al direttore del Times, Robert Thompson, se condivide la decisione del Giornale di non dare spago alle minacce dei terroristi, tramutandosi in cassa di risonanza dei loro proclami. Lui, la sua scelta l'ha fatta ancora una volta ieri mattina, dedicando il titolo di apertura alla morte di sir Edward Heath, «l'uomo che fece entrare la Gran Bretagna nel Mercato comune europeo». Il titolo di «spalla» è andato invece a Tiger Woods, che ha vinto il suo secondo Open di golf. Neanche una riga, neppure a cercarla col lanternino nella colonna dei «richiami» che riguardano i servizi pubblicati all'interno, sulle minacce delle Brigate Abu Hafs Al-Masri, che dopo l'Inghilterra promettono di «portare una guerra sanguinosa nel cuore dell'Europa». E zero anche all'interno. Neppure uno strilloncino, infine, sulla recente strage di Londra. Basta, si sono detti al Times. Alleggeriamo. Raccontiamo piuttosto ai lettore che J.K. Rowling, col suo ultimo libro sulla saga di Harry Potter, ha venduto qualcosa come 10 milioni di copie in un giorno, guadagnando 25 milioni di sterline.
L'unico a pubblicare foto drammatiche in prima pagina, di morti, feriti e gente in lacrime è l'Independent. Ma sono morti e feriti iracheni, e la città «under siege», sotto assedio, è Bagdad, non Londra. Smorzare i toni, dunque, ma senza glissare. Informare senza tirare la volata al nemico. Sobrietà, non sensazionalismo.
«Fa bene il Giornale a diffidare di Internet - dice David Williams, ex inviato di guerra e ora capo delle Cronache del Daily Mail, 2 milioni e mezzo di copie al giorno - Sul web chiunque può minacciare chiunque, sperando di veder amplificati i suoi proclami sui media. Anche se in questo momento, secondo me, prevale la necessità di informare i lettori sul rischio di fare propaganda ai terroristi».
È una scelta difficile anche per i giornali italiani, che già al tempo delle Brigate rosse si sono domandati se pubblicando i loro proclami non si facesse il loro gioco. Ma non c'è dubbio che i media inglesi, pur senza tacere nulla di quanto è accaduto, e anzi dedicandovi pagine e pagine, hanno compiuto una scelta improntata alla moderazione e al «low profile». Niente foto atroci dei feriti, nessuna ricerca spasmodica di scoop fotografici sulla scena degli attentati, i terroristi declassati a «bombers», bombaroli. Nessuna protesta, infine, sulla decisione delle autorità di chiudere letteralmente alla vista, impacchettandoli, il luogo in cui saltò il bus della linea «30», e le case dei terroristi in cui si indagava. Anche la carcassa dell'autobus, quando è stata rimossa da Tavistock square, era imballata in un telone azzurro. C'è stato un accordo tra i giornali? chiedo a Williams. O avete avuto un'«imbeccata» da Downing street?
«Né l'una né l'altra cosa. L'attenzione a non enfatizzare l'evento, cavalcandone gli aspetti più truci, è stata una scelta spontanea. È bastato pubblicare la foto del bus, dopo l'attentato in Tavistock square. Quella foto parlava più delle immagini dei feriti. Insomma, io credo che ci sia stata una unione di intenti, fra media e autorità. Non dare soddisfazione al nemico, non fare troppa pubblicità agli effetti del loro gesto è una linea che si è imposta da sola. Ma non voglio parlare di autocensura. Le uniche polemiche hanno riguardato le distrazioni e l'inefficienza dell'intelligence, che abbassò la guardia e ignorò i segnali di possibili attentati».
Anche Peter Roberts, direttore dell'ufficio che tiene i rapporti con la stampa della Bbc, la pensa allo stesso modo. «Anche in questo caso - dice Roberts al Giornale - non ci siamo discostati dalla nostra regola numero uno: seguire gli avvenimenti nel modo più accurato, completo, responsabile e veloce». La velocità del mezzo televisivo, però, porta talvolta a fare da megafono ai proclami dei «bombers», non crede?
«Il dibattito sull'ossigeno da fornire al nemico è sempre aperto. Quanto spazio dargli? Non c'è una regola, se non quella ispirata dal buon senso. Valutiamo caso per caso. Se il messaggio è forte a sufficienza, è credibile e ha un interesse pubblico va dato. Se no si può anche omettere».
Quanto è labile il confine tra propaganda e autocensura?
«Labilissimo. Ma sfido chiunque ad accusare la Bbc di aver fatto da tamburino ai proclami di Al Qaida. Quanto alla presa di posizione del Giornale, che dire? È nelle sue facoltà, non mi chieda di giudicare. Quel che posso garantirle è che anche in futuro, a proposito di autocensura, la Bbc valuterà se omettere o meno certe informazioni sulla base del buon senso e della decenza».