La svolta dell’ex direttore dell’«Economist»

Mai confondere passione con ossessione. E il senso di Bill Emmott per l’Italia, gira che ti rigira, finisce sempre là: che peccato che Silvio c’è. C’era nel 2001, quando l’allora direttore dell’Economist se ne uscì con la copertina «Why Berlusconi is unfit to lead Italy» («inadatto a governare»), c’è oggi quando l’inglese pubblica il saggio Forza, Italia (Rizzoli). Ovvero «Come ripartire dopo Berlusconi», per chi avesse dubbi su dove andrà a parare il ragionamento dispiegato in 250 pagine. Emerge comunque una novità: l’infatuazione di Emmott per Nichi Vendola. Perché l’uomo nuovo che risolleverà il Belpaese «dalle ultime posizioni delle classifiche mondiali» in fin dai conti sarebbe un comunista, nemmeno poi tanto ex, che sta in politica da 30 anni. E quindi il giornalista iper-liberale regala al governatore pugliese post Pci l’investitura da leader del centrosinistra. Tanto diversi in teoria, eppure a braccetto sotto l’ombrello anti Cav. Basta e avanza per trovarsi d’accordo.
Nichi da Terlizzi, attraverso gli occhi dell’«indipendente» sceso dal Somerset, è «chiaramente uno dei pochi politici italiani dotati, come Barack Obama, dell’oratoria e dell’immaginazione necessarie a mobilitare il sostegno delle masse (...) perché appartiene, come lui, a quel genere di outsider, spesso figli di una minoranza repressa, capaci di parlare a giovani e anziani e suscitare in loro lo stesso genere di sogni ed entusiasmo che Obama ha suscitato in America nel 2008». In effetti la Puglia somiglia alla Florida, da lontano...
Ma ecco descritto nei particolari lo scoccare della freccia (rossa) di Cupido, la scintilla del colpo di fulmine tra la mente del «E-Communist» per 13 anni e il «Nichita» del Tavoliere: «Ero molto eccitato di poter andare a trovarlo nel suo bellissimo ufficio di Bari, con vista sul mare - rievoca con trasporto Emmott - inaspettatamente per una persona con un background di sinistra e che piace ai ceti popolari, era vestito in modo molto elegante, con un abito scuro, la cravatta». Affinità di contenuti, certo, poiché del disastro della sanità e degli scandali a base di mezzette&marchette che hanno travolto la prima giunta Vendola, come delle posizioni oltranziste del governatore nella battaglia di Pomigliano, si sorvola con aplomb molto british. Dettagli. Importa che «entrando nel suo ufficio la mia attenzione - continua il direttore ormai invaghito - è stata immediatamente catturata da tre immagini: ovviamente la fotografia del presidente Napolitano, poi un’icona religiosa sullo scaffale proprio dietro la scrivania, e infine una sua foto insieme al papa», naturalmente con la minuscola. Altro passo illuminante: «La nostra conversazione mi ha fatto una notevole impressione, sebbene si sia trattato più che altro di un discorso di Vendola», ammette tuttavia Emmott. Messa così, pare una puntata di Ballarò.
Fin qui, dicevamo, la passione. L’ossessione invece va presa piuttosto alla larga. Perché non bastava Nord contro Sud, lo Stivale nel manifesto dell’analista economico vive di un’altra dicotomia, cioè tra Buona Italia e Mala Italia. Cosa sarà mai quest’ultima? Consiste «in primo luogo di corruzione e criminalità, chiaro, ma anche e più specificatamente dell’impulso a cercare di ottenere il potere per abusarne nel proprio interesse, ad accumulare sempre di più per ricompensare amici, famiglia, portaborse o partner sessuali, senza tener conto di meriti o capacità». Concetto non proprio rivoluzionario, un lettore affezionato non farà fatica a indovinare su chi si vuol sparare. Eppure l’autore impiega altre nove paginette per risolvere l’arcano. Laddove Emmott ritorna alla famosa prima pagina un tantino schierata che trascinò il settimanale dall’anima liberal nell’arena della zuffa politica, quasi un Fatto quotidiano ante litteram. Nel 2001, scrive oggi, «avevamo sostenuto che Silvio Berlusconi era un monopolista, che abusava del proprio potere, sfruttava i favori politici, aveva colossali conflitti d’interesse, tutti di ampiezza tale da non avere eguali (...). Insomma, era l’epitome della Mala Italia». Stupisce solo che i verbi siano all’imperfetto, visto che Emmott tre legislature avanti non ha riparato il disco rotto.
E mentre di sviolinate ne ha per tanti, da Unicredit a Slow Food e perfino la Juve del dopo Calciopoli, Emmott tutto a un tratto torna severo. Guarda un po’, proprio con Mediaset. «Non è destinata a diventare una fonte di crescita per il Paese né, con ogni probabilità, di innovazione (...) Per suo figlio Pier Silvio sarà un problema enorme tenere in vita Mediaset, che nei prossimi decenni rischia di essere la Fiat della sua epoca». In attesa della prossima copertina o di un altro «manifesto», meglio far scattare subito la gufata. Sì: Forza, Italia. Purché mi togliate di mezzo Silvio.
giacomo.susca@ilgiornale.it