La svolta di Fini: "Guiderò la Camera ma lascio An"

Sarà la Russa a traghettare il partito nel Pdl. La Giustizia andrà a un azzurro, ma Bossi ribadisce i tre posti alla Lega. Ancora da sciogliere il nodo Formigoni

Roma - Non si scioglie il nodo Formigoni. Mezz’ora di incontro ad Arcore tra Silvio Berlusconi e il governatore della Lombardia non chiarisce quale sarà il suo futuro ed un nuovo faccia a faccia con il Cavaliere è in programma domani sera a Roma. Questo nonostante prima e dopo il colloquio di Villa San Martino Umberto Bossi e Gianfranco Fini abbiano garantito la permanenza al Pirellone dell’attuale presidente.

Fini a Montecitorio Sia che venga eletto sindaco sia che ottenga un incarico ministeriale, probabilmente Lavoro e Welfare, è chiaro che il ruolo di Gianni Alemanno avrà conseguenze sul peso e la consistenza numerica della delegazione di Alleanza nazionale all’interno del governo. Per questo, con Altero Matteoli destinato alle Infrastrutture, ha iniziato a prendere quota l’ipotesi che Ignazio La Russa alla fine possa rimanere a via della Scrofa per traghettare il partito verso il Popolo della libertà. Anche se il diretto interessato risponde con un "cado dalle nuvole" a chi gli prospetta l’ipotesi che possa svolgere l’incarico di reggente mentre Fini salirà al vertice di Montecitorio rimanendo il leader di Alleanza Nazionale. Fini ha ribadito la sua candidatura per la presidenza della Camera, aggiungendo che se verrà eletto lascerà la guida di An. Spetterà così all’ufficio politico di Alleanza nazionale, formato da Altero Matteoli, Gianni Alemanno, Adolfo La Russa, Andrea Ronchi, Maurizio Gasparri e Donato La Morte, esprimere al proprio interno un primus inter pares per la gestione ordinaria e la preparazione in vista dell’ultimo congresso del partito, quello che in contemporanea con l’assise di Fi nel giro di 6-8 mesi dovrebbe approvare uno Statuto per fissare tempi e modi per la fondazione del nuovo soggetto unitario.

Il nodo Formigoni "Il mio futuro politico dipende da me e da Berlusconi, non da Umberto Bossi", replica stizzito al primo. Stessi toni nei confronti del secondo: "Non sapevo che fosse l’onorevole Fini a dover decidere del futuro mio e della Lombardia. Per quanto riguarda me e Berlusconi, abbiamo aggiornato il nostro colloquio a domani sera". Insomma, dietro quel laconico "tutto bene" affermato da Formigoni lasciando Arcore, restano aperti gli interrogativi circa la possibilità che ottenga un incarico di prestigio a Roma o accetti di restare, più o meno volentieri, a Milano. Di sicuro, in ambienti vicini al presidente della Lombardia si registrano "forti perplessità" rispetto all’ipotesi che sarebbe stata prospettata da Berlusconi di assegnargli un ruolo di rilievo nella fase costituente del Popolo della Libertà e comunque un incarico di prestigio dopo il 2010. Il Cavaliere avrebbe messo sul tavolo anche una soluzione che comunque accontenti la componente ciellina all’interno di Forza Italia, con la possibilità di assegnazione di ministeri per Mariastella Gelmini e Maurizio Lupi, entrambi ricevuti ad Arcore. La prima potrebbe andare agli Affari regionali, mentre per il secondo si parla dell’Istruzione. In questo caso Sandro Bondi resterebbe al partito.

Le pressioni del Carroccio Con il nodo Formigoni ancora da sciogliere, le caselle all’interno del governo attendono di essere distribuite e riempite, nonostante Bossi abbia ribadito con toni perentori che alla Lega andranno i ministeri dell’Interno, delle Riforme e delle Risorse Agricole, la vicepresidenza del Consiglio e il viceministro delle Infrastrutture. Roberto Maroni rimane comunque sempre in prima fila per il dicastero del Viminale, ma Berlusconi non abbandona l’idea di assegnare questo incarico ad un uomo di Forza Italia, soprattutto se alla fine si decidesse di non affidare ad un esponente azzurro il ministero della Giustizia. Così per via Arenula, accanto a quella di Marcello Pera, resta la candidatura di Alfredo Mantovano, di An, e l’ipotesi di un ritorno di Roberto Castelli. Molto dipenderà, oltre che da quello che sarà il futuro di Formigoni, anche dall’esito delle elezioni a Roma.

La vicepresidenza del Consiglio Per la Difesa potrebbe allora tornare d’attualità il nome di Antonio Martino. In ogni caso, garantisce il leader di An, "una volta che il presidente della Repubblica avrà nominato il presidente del Consiglio la lista dei ministri non sarà questione di giorni ma di qualche ora". Da definire il ruolo di Roberto Calderoli, che in un’intervista si è candidato a svolgere un ruolo di "pontiere nei confronti dell’opposizione. Toni distensivi che possono essere letti come un’assicurazione in vista di una possibile nomina a vicepresidente del Consiglio o anche a ministro delle Riforme. In questo caso a palazzo Chigi, accanto all’altro vicepremier Gianni Letta, potrebbe sedere Umberto Bossi. E nella sede del governo potrebbe arrivare Antonio Catricalà, attualmente alla guida dell’Authority per le Comunicazioni, chiamato a svolgere il ruolo nevralgico di sottosegretario alla presidenza del Consiglio. Paolo Bonaiuti resta invece favorito per il ministero dei Beni culturali. Quanto al resto della compagine governativa, Claudio Scajola continua ad essere indicato come ministro per le Attività produttive se il Viminale dovesse andare alla Lega. Qui potrebbe arrivare con un ruolo da sottosegretario, o perfino da viceministro, l’ex capo della Polizia e attuale commissario straordinario per la gestione dell’emergenza rifiuti in Campania Gianni De Gennaro, che potrebbe continuare l’opera dal ministero dell’Interno. Maurizio Sacconi è favorito invece per Lavoro e Welfare se Alemanno vincesse il ballottaggio a Roma. Per gli Affari regionali in corsa anche Enrico La Loggia e Giovanni Pistorio dell’Mpa, mentre Rotondi annuncia l’appoggio esterno al governo se non dovesse ottenere un ministero.