Svolta per l’omicidio Fortugno. In manette l’"Onorata sanità"

Calabria, 18 arresti tra politici e dirigenti pubblici. In cella anche il consigliere Domenico Crea che subentrò in Regione all’esponente della Margherita ucciso

Reggio Calabria - L’arresto più telecomandato degli ultimi anni. Quello di Domenico Crea, ex consigliere regionale calabrese della Margherita trasmigrato nella Dc, divenuto il sospettato del delitto Fortugno perché primo dei non eletti (quindi ripescato in consiglio regionale) e perché amico dei Marcianò, i presunti esecutori dell’agguato mortale del 16 ottobre 2005 (ri-arrestati ieri).

Già perché gli interessi dell’Onorata Sanità di cui Crea era portatore - assicura la Dda reggina - cozzavano con l’elezione dell’outsider Fortugno. Pur essendo segretamente indagato per l’omicidio, Crea è finito dentro ieri in un’inchiesta parallela assieme a 18 persone, tra cui la moglie e il figlio Antonino, direttore della clinica «Anya», e sanitari vicini alla cosca del boss Giuseppe Morabito, detto «’u tiradrittu». Tra questi Giuseppe Pansera, catturato col genero capomafia «Tiradritto» nel 2004 in un casolare dell’Aspromonte. Un nome tornato d’attualità dopo l’omicidio perché la sua utenza era stata contattata da Fortugno che sempre da casa chiamò il telefono di Leone Bruzzaniti, altro esponente della cosca.

Col suocero di Fortugno, Mario Laganà, agli atti dell’inchiesta risultano invece contatti con Domenico Attinà, braccio destro del fratello del «Tiradritto» che nella Asl di Locri - per anni regno di Laganà - ha piazzato la primogenita, Giuseppina. Per gli inquirenti «Crea voleva mettere gli artigli su un assessorato regionale per poterne spolpare a proprio piacimento le risorse in termini sia di budget finanziario, sia di collocazione dei propri soldati nei posti chiave». Ecco perché occorreva eliminare Fortugno.

Il gip se la prende poi solo con Crea («una figura paradigmatica di forme spregiudicate e immorali di concepire l’impegno politico») che si era alleato con la vedova-deputato Maria Grazia Laganà, nel frattempo indagata per gli appalti nella Asl di Locri, commissariata per mafia. Alle provinciali del 2006 la Laganà aveva infatti concorso con Crea, sospettato d’essere il mandante della morte del marito, alla formazione di una lista autonoma nella Margherita. Poi i due hanno litigato: lei lo ha accusato d’ogni nefandezza, lui l’ha paragonata a Giano Bifronte: «È normale condividere un’iniziativa politica con il sottoscritto, indicato, a risultato elettorale acquisito, come un potenziale mandante del marito? La necessità e l’avidità del consenso numerico, frutto di bieco cinismo, sono stati forse anteposti al dilaniante dubbio?». L’interrogativo è rimasto senza risposta anche in corte d’Assise, perché il presidente ha dichiarato inammissibili le domande alla vedova sulle circostanze che la portarono a candidarsi alle politiche, ad essere eletta, a sedere finanche sugli scranni di quella commissione Antimafia interessata a vederci chiaro dove la procura di Reggio ha dato la sensazione di essere vigile solo su Crea e miope su tutto il resto.