La svolta mistica di Renato Zero: «Per me è stato come un padre»

Presentando il cd «Il dono», l’artista rivela: «Sono rimasto orfano nell’80, solo Wojtyla ha colmato questo vuoto»

Pier Francesco Borgia

da Roma

C’è una canzone nell’ultimo suo disco che Renato Zero avrebbe voluto far ascoltare a Giovanni Paolo II. La canzone si intitola La vita è un dono ed è stata registrata in sala di incisione a marzo, quando il papa polacco era ancora vivo. È senza dubbio la traccia più intensa e importante di un cd (Il dono in uscita oggi per l’etichetta Sony-Bmg) che si offre come un progetto maturo ma fedele a una poetica, quella del cantante romano, che mantiene uno stretto legame con il coté melodico della nostra tradizionale.
«Oggi, a cinquantacinque anni suonati, - racconta l’artista - mi trovo ad ascoltare dischi come quelli di Billy Joel, Nina Simone e i Beatles. Personaggi che, nonostante siano passati trent’anni, hanno ancora parecchio da insegnare ai loro “colleghi” più giovani». Il Renato Zero di oggi è senza dubbio più maturo ed ispirato. E anche nel presentare il suo nuovo lavoro non manca di lanciare appelli importanti. Come quello che caratterizza la canzone già citata. «Ho perso mio padre nel 1980 - racconta il cantante - e solo con Giovanni Paolo II ho smesso di sentirmi orfano. La vita è un dono era pronto da tanto tempo. Aspettavo solo il momento di poterlo incontrare per farglielo sentire. Purtroppo il tempo è poi mancato. Ed è l’unico rimpianto che mi porto dietro con questo nuovo cd».
La vita è un dono parla di aborto («un’offesa. Mi rifiuto di considerarlo come ultima forma di contraccezione») ma i temi sociali abbondano in questo nuovo cd, a partire da ImmiRuah, un inno alla fratellanza che prende a prestito un saluto ebraico. Non mancano riferimenti alle tragedie quotidiane dell’immigrazione clandestina (Dal mare) come non mancano frecciatine allo strapotere della cultura americana (Stai bene lì). «Non ho mai fatto politica - commenta l’artista - e non intendo certo iniziare adesso. Se me la prendo con gli Stati Uniti è solo sotto un profilo squisitamente culturale. Sono un popolo giovane, fatto sì di emigranti, ma di emigranti dalla memoria corta. In Europa stiamo perdendo la capacità di difendere le nostre tradizioni e le nostre radici. Tradizioni e radici che hanno prima di tutto una stretta necessità culturale e sociale». Un’altra frecciatina è indirizzata, con garbo e ironia - ma sono poi queste le armi più taglienti - al mondo delle radio. Radio o non radio è una canzone che fa i conti con un mestiere - quello di artista musicale - costretto a confrontarsi con l’esasperata e impersonale mutazione del mercato. «Oggi le radio - spiega Zero - pretendono di decidere al posto degli artisti persino la durata dei brani. Per non parlare del fatto che alcune scelte editoriali puntano a inseguire il mercato piuttosto che assecondare i gusti».