«La svolta di Palermo non ci toglie voti»

da Roma

Nessuna incertezza, nessun ripensamento, nessuna correzione di rotta. La svolta movimentista non soddisfa la base centrista. Ma la tolda di comando dell’Udc tiene duro e, come conferma il portavoce Michele Vietti, è pronta a percorrere fino in fondo la propria «scommessa».
Onorevole Vietti, lo strappo di Casini, stando al sondaggio Unicab del Giornale, fa perdere consensi all’Udc. Soltanto il 58% dell’elettorato si dice disposto a votarvi in caso di navigazione solitaria. Cosa pensa di questo dato?
«Non so dire se il sondaggio sia attendibile. Dispongo soltanto di un nasometro che in questi giorni mi ha fatto verificare quanto in molti ambienti di amici del partito la svolta di Casini sia stata apprezzata. All’inizio si sono registrate alcune difficoltà di comprensione con i militanti che ci hanno chiesto chiarezza sulla nostra collocazione nello schema bipolare. Ma da parte nostra, da Casini in giù, questa chiarezza c’è sempre stata».
L’Udc è ancora un partito saldamente ancorato al centrodestra?
«Noi restiamo saldamente alternativi alla sinistra. Dopo di che la scomessa di Casini è quella di andare oltre il vecchio schema della Casa delle libertà che, non dimentichiamolo, ha perso le elezioni, o se preferiamo non le ha vinte. Squadra che perde cambia gioco, non cambia campo. Ma il cambiamento ci deve essere. L’obiettivo è quello di costruire un centrodestra che non gravi più interamente, nel bene e nel male, sulle spalle di Berlusconi ma, come nel resto dell’Occidente, sia strutturale».
Il senso della scommessa dell’Udc è intercettare gli scontenti, entrare nel mercato di coloro che non voterebbero mai per Berlusconi. Per fare questo non rischiate di perdere voti sicuri per tentare di acquisirne di incerti?
«Per fare un centrodestra strutturale dobbiamo recuperare a questo schieramento il voto dei moderati che, anche a dispetto di Berlusconi, hanno votato Prodi. E che oggi, delusi dall’asse Prodi-comunisti, tornerebbero indietro. Ma per fare questo hanno bisogno di vedere un centrodestra con almeno una faccia della medaglia per loro più rassicurante».
In questo schema quale ruolo assegnereste a Silvio Berlusconi?
«Non tocca a noi dirlo. Certamente nessuno immagina uno scenario in cui Berlusconi non sia protagonista ma sta alla sua intelligenza capire l’interesse di dar vita a un futuro in cui la leadership non sia il problema fondamentale. I democristiani in Germania si possono chiamare Merkel o Kohl ma sono sempre democristiani, così come i Popolari spagnoli. Il rischio di un centrodestra che rimane legato al leaderismo individuale è quello di uno schieramento che non dà garanzie per il futuro. Si continua a parlare del cambio di leadership ma noi non condividiamo l’idea stessa che ci sia qualcuno che passa il testimone a qualcun altro. Vogliamo una coalizione che vinca o perda per la capacità di governo, non per i lifting del capo di turno».
Non ritiene che sia stato un errore differenziarsi con la manifestazione palermitana?
«Io sono convinto che la scelta sia stata giusta perché ci sono alcuni passaggi che hanno bisogno di una rappresentazione plastica più forte delle parole».
Incontrerà i militanti per spiegare il senso del vostro strappo?
«L’ho già fatto e continuerò a farlo. Dobbiamo far capire che non siamo più gli ultimi di un vecchio schema ma i primi di uno schema nuovo. È un azzardo ma è anche una sfida avvincente: costruire insieme un centrodestra nuovo, radicato nelle tradizioni del popolarismo italiano ed europeo e non più appeso alle incognite del leaderismo».
La ricerca del centro non rischia di portarvi in un non luogo politico, in una terra di nessuno?
«Il nostro centro non è il terzo polo e non è neppure una terra di mezzo. È il luogo in cui, in un sistema bipolare, si decide la vittoria o la sconfitta dei due schieramenti. Chi lo sa occupare vince, chi lo spaventa perde».