LA SVOLTA PDL

RomaUn’incoronazione maestosa anche se la corona di Alfano potrebbe avere più di una spina. Il boato con relativa standing ovation con cui è stato acclamato neo segretario nazionale è apparso una sorta di ovazione liberatoria. Come se nella pancia del partito covasse da tempo la voglia di qualcosa di nuovo. O qualcosa di vecchio, visto che in tanti, all’auditorium di via della Conciliazione, hanno risentito lo spirito del ’94. I battimani scroscianti che hanno salutato la sua nomina fanno pensare che Angelino ce la possa fare ma non è detto che, domani, qualche schiaffo possa arrivare anche da chi ieri lo ha applaudito. Sulla carta, Angelino è la carta migliore. Ha dalla sua un rapporto con Berlusconi, che resta comunque il leader, che non ha eguali: il Cavaliere lo considera come un figlio. Poi è giovane e instancabile ed è appoggiato dalla cosiddetta «onda dei quarantenni» di cui fanno parte i ministri Frattini, Prestigiacomo, Gelmini, Carfagna, Brambilla e Meloni. Tuttavia la sua mission è gravosa e piena di pericoli. In sostanza il suo compito è quello di costruire un partito. Un partito vero, fatto di territorio e passione. Meritocrazia, regole e sanzioni, candidature azzeccate e repulisti interno sono le parole chiave per aprire la cosiddetta fase due del Pdl.
Dal punto di vista prettamente politico sarà lui a lavorare per rifondare il centrodestra. L’ambizione resta quella di creare un grande partito capace di attirare tutti i moderati, che rimangono la maggioranza del Paese. Sarà lui a tessere i rapporti con l’Udc. E sarà sempre lui a mantenere le relazioni con gli alleati della Lega, oggi più che mai attraversati da turbolenze interne e quindi bizzosi nei confronti del Pdl.
Ma la vera partita se la giocherà all’interno del partito, scosso e in fibrillazione dopo le ultime sconfitte elettorali. Dovrà ascoltare tutti, mediare tra le varie anime in campo, smorzare le tante ambizioni personali. Alfano, dopo aver omaggiato uno dei suoi sponsor, il presidente del Senato Schifani, ha ringraziato i tre coordinatori Bondi, La Russa e Verdini; ha citato Matteoli, Scajola e Sacconi; ha ricordato la figura di Pinuccio Tatarella ma ora la logica degli ex Forza Italia ed ex An e relative quote è definitivamente messa in soffitta. E fin qui tutti d’accordo. Il suo ruolo, che di fatto ridimensiona il triumvirato, sarà centrale e dirimente. E da qui potrebbero arrivare le prime difficoltà. Riuscirà il neo segretario a non farsi paralizzare dai vecchi potentati che pretendono posti, potere, visibilità? Riuscirà a gestire le mille richieste che gli pioveranno sulla testa nel momento di decidere le candidature? «C’è il rischio - ammette un deputato che vuole restare anonimo - che un eventuale scartato vada da Berlusconi a piagnucolare per lamentare la propria esclusione. E non vorrei che il premier possa rappresentare una sorta di Cassazione che dice sempre sì». «Non sarà così - gli fa eco un altro parlamentare - il presidente ha già detto che d’ora in avanti sulle questioni del partito sarà solo Angelino a decidere».
Altra grana per Alfano sono le diverse sensibilità interne al partito. Sulle primarie, per esempio. Formigoni e Alemanno, anche ieri, le hanno chieste a gran voce per legittimare sul campo le proprie forze. Lo scopo è andare alla conta nei propri territori e giocarsi la partita per la futura leadership del centrodestra. Ma su questo Matteoli e i matteoliani non ci sentono: «Sono contrario alle primarie a tutti i livelli - dice da sempre il ministro dei Trasporti - perché sono la dimostrazione di una debolezza della politica che vi ricorre quando è incapace di decidere». Starà a lui fare la sintesi e a decidere anche su quello che sta più a cuore al ministro Meloni: una commissione che vari un codice etico che stabilisca requisiti di moralità di tutti i futuri candidati.