Svolta di Repubblica: dal fair play agli insulti

Quel rush finale per fermare Silvio. "Bugiardo, imbonitore, demagogo" così l'escalation del quotidiano di Ezio Mauro prima del voto. Altro che larghe intese, ora "con questa destra l'accordo è impossibile"

Eugenio Scalfari è capace di sinuosità sconfinate e l’ha dimostrato anche ieri nel consueto sermone domenicale: «Aprile preannuncia col verde dei prati e il profumo dei fiori la più dolce stagione dell’anno: così ci auguriamo che sia anche per la società italiana». Scalfari parlava di una possibile vittoria del Partito democratico, come è ben lecito augurarsi da parte sua: quanto ha scritto nelle righe successive, diversamente, è divenuto l’acme della violentissima campagna anti-berlusconiana che Repubblica ha montato proprio a partire da aprile. Ogni cosiddetto fair play, ogni apprezzamento del Veltroni low profil, è stato spazzato con un crescendo che da parte di Repubblica sa di liberatorio.

Scalfari parlava de «l’irruzione di Silvio Berlusconi nella politica» col medesimo tono di quando scrisse l’editoriale «Il ragazzo coccodè» nel 1994, ma da allora ha fatto progressi: «Berlusconi è un pubblicitario», ha pure scritto, «venderebbe qualsiasi cosa, è un bugiardo con la ferma convinzione di dire la verità, un imbonitore, un demagogo, è inadatto, un venditore di patacche». Ha però aggiunto che «non è un fascista, non è un dittatore o uno xenofobo o un razzista». E noi potremmo guardare il bicchiere mezzo pieno. Ma se Berlusconi viene giudicato ancora una volta unfit, «inadatto» come scrisse il solito Economist, ecco che di Scalfari si fa assai più rivelatore quest’altro passaggio: «Forse gli inadatti sono adatti ad una parte di questo Paese il quale, non a caso, è in declino». E ci risiamo: Scalfari, ergo, non sostiene più che esista una parte migliore del Paese, come ha fatto per lustri: ora sostiene che ce ne sia una peggiore, se c’è differenza. È il vecchio riflesso, come opinato milioni di volte anche a sinistra, dell’incapacità della sinistra medesima comunque di intercettarlo nella sua complessità e maggioranza.
Il problema, insomma, non è più tanto Berlusconi ma chi lo elegge, come ricordava ieri Scalfari citando per l’ennesima volta Petrolini: «Io nun ce l’ho con te, ma co’ quelli che te stanno vicino e non t’hanno buttato de sotto». Mortacci. Come ci siamo arrivati, pardon, ritornati? Com’è possibile che Scalfari scriva che Berlusconi «venderebbe la cupola di San Pietro» esattamente come aveva fatto l’Unità la domenica prima (Berlusconi venderebbe «tutto il vendibile, Colosseo incluso»)? Com’è possibile che l’atmosfera moderatamente costruttiva di un paio di settimane fa, con la gente che parlava di inciucio e larghe intese persino per strada, sia infine degenerata in un Berlusconi descritto come vecchio, mafioso, amico di mafiosi, dittatore in doppio-pectore, spregiatore della donna, dei deboli, dei precari, della Resistenza, uno che vuole internare i magistrati e varia apocalisse? Tutto ha inizio dal dolce aprile accennato da Scalfari: sino a quella data la campagna elettorale è quella inopinatamente «noiosa» dove l’intrico di Alitalia svetta sulle prime pagine.

Il primo aprile, per quanto incredibile, Repubblica non ha neppure un articolo contro Berlusconi; quel giorno troneggia semmai una bella foto bi-partisan con Prodi, la Moratti e il trionfo milanese dell’Expo. Repubblica, anche nei giorni successivi, è palesemente occupata a costruire un’immagine positiva e propositiva di Veltroni: alimentarne una negativa di Berlusconi interessa assai meno. La notizia che Berlusconi è stato nuovamente giudicato unfit dall’Economist, per dire, è confinata in un riquadrino mentre è assai più grande il titolo «Berlusconi: nel governo vedrei bene molti di sinistra». Paginata propositiva, intanto, per il Veltroni che propone buoni spesa per tre milioni di famiglie. È più o meno lo stile di tutto il mese precedente, sereno, civile, dunque piatto.

Il giorno dopo, 5 aprile, le cose cominciano pur lentamente a cambiare; Veltroni è sempre orientato ai casi suoi («distruggeremo la camorra») e però c’è un editoriale di Claudio Tito che descrive un abboccamento tra Berlusconi e Veltroni, e però non si sa bene che pesci prendere: «È passata la strategia di dialogo con il Pd, con il grande mediatore Gianni Letta che si è messo in moto», si parla dell’eventualità di «condividere un governo che dovrà affrontare la recessione economica e aprire la stagione delle riforme», si tratteggia un Berlusconi secondo il quale «Walter è il meglio che una sinistra moderna possa avere in Italia». Ma attenzione, potrebbero essere lusinghe solo per «irretire» Veltroni e (sic) «costringerlo a collaborare». Non importa, c’è il dolce aprile e la soave domenica con un inoffensivo sermone di Scalfari: che precede il Veltroni che non nomina mai Berlusconi (quasi mai) e parla di polizze per le casalinghe. Dal giorno dopo, finita la pace. La tremillesima e tradizionale sparata di Bossi («Pronti a prendere i fucili») rinvigorisce un giornalismo annoiato dal Tibet e da Alitalia, ma ecco due editoriali in due giorni: 9 aprile: Sebastiano Messina spiega che «Veltrusconi» è solo uno slogan, o meglio «la più gigantesca bufala di questa arruffata caccia al voto». Il tono è ancora prudente ma l’incontro con questa destra pare impossibile, scrive: «Sarà per un’altra volta. Ma ci sarà davvero, un’altra volta?».

Intanto però è suonata una prima carica: si cerca di far litigare Berlusconi con Bossi e poi con Maroni, mentre le frasi di Dell’Utri e Berlusconi sulla Resistenza e sul mafioso Mangano (quando si dice: estrapolate dal contesto) divengono degli editti graficamente cubitali e minacciosi. Arriva il direttore Ezio Mauro e pare lanciatissimo: «Niente pasticci con questa destra», scrive prima di scagliare parole definitive: se Berlusconi vincerà «non ci sarà un nuovo governo come ovunque in democrazia, ma una nuova situazione italiana, perché la vittoria, la riconquista, disegna un nuovo ordine. Il destino personale del cavaliere scandisce il destino delle istituzioni (...). La biografia del leader offerta come moderna ideologia della destra». Parla di Berlusconi, e non ha finito: dice che la Destra reale «vuole riscrivere i libri della Resistenza, elevare Mangano a eroe, periziare i magistrati: la novità è che qualcuno lo dimentichi, ipotizzando larghe intese tra Berlusconi e Veltroni». Ed è finita. Dal giorno dopo: Berlusconi diventa «ignobile» (Curzio Maltese) e il sorteggio televisivo è stato «pilotato»; Nanni Moretti scrive che «Berlusconi è inadatto alla democrazia» e in un pezzo di taglio basso, in prima pagina, si rivela che il responsabile della strage di Linate in realtà è un jet della flotta privata di Berlusconi. Viene riciucciato l’Economist con stavolta un titolone («Il ritorno del giullare») e via così, inutile descrivere oltre. Anche se stupisce, invero, quest’incredibile sequenza; ieri in prima pagina su Repubblica c’era un fondo titolato «L’ossessione giovinezza del Cavaliere»; il giorno prima c’era quest’altro: «Il fattore età alle urne», ovviamente centrato su Berlusconi; ma il giorno prima ancora, ironia della sorte, quest’articolo di Desmond Morris: «Perché l’uomo potrebbe essere immortale». Occhio.