Una svolta simulata per salvarsi dal "Fatto"

Non si resta per vent’anni nei giochi del potere italiano (e non solo italiano) senza avere furbizia e capacità di movimento. Tuttavia l’Antonio Di Pietro del congresso dell’Italia dei valori stupisce. L’ex pm è efficace demagogo e spregiudicato opportunista, ma il suo volto di «stratega» che «dà una prospettiva di governo» oltre «la piazza e la pancia», che scarica un applauditissimo Gioacchino Genchi (già collaboratore principe di Luigi De Magistris) delirante su montature nell’aggressione di Massimo Tartaglia, che incorona Enzo De Luca a candidato dell’Idv, oltre che del Pd, in Campania solo dopo pochi giorni dall’averlo accusato di essere un impresentabile inquisito, «questo» Di Pietro sorprende e fa riflettere su che cosa sia successo per reagire così.

Senza dubbio l’ex pm vuole allentare la morsa del Corriere della Sera che l’ha spaventato. E sa che nelle mosse di via Solferino c’è anche una risposta per le rime al quotidiano Il Fatto, che dalla nascita è all’attacco di tutti gli editorialisti che non si arrendono all’antiberlusconismo più becero: le penne del «Pompiere della Sera», come le chiama Marco Travaglio. Già Eugenio Scalfari ha provato la sferza di chi vuole intimidire via Solferino, ora tocca agli idoli del giustizialismo. Ma Il Fatto agli occhi di Di Pietro non è pericoloso solo per questo motivo, lo è anche perché ospita editoriali come quello di Paolo Flores d’Arcais che lanciano la candidatura di De Magistris in Campania. L’ex pm di Catanzaro, ora eurodeputato di Idv, già ha stabilito in Puglia un’alleanza dei «giovani» (lui e Nichi Vendola) contro i vecchi (Massimo D’Alema e lo stesso Di Pietro), già nel suo feudo calabrese impedisce l’alleanza con il Pd, se fosse stato determinante anche in Campania, sarebbe diventato il dominus di un Sud dove Di Pietro, mettendo insieme personale di incerta provenienza (dileggiato da Flores d’Arcais in un numero di Micromega), ha posto le basi del «suo» partito.

Spiazzare i forcaioli che gli volevano fare la forca è stata dunque la spinta di fondo per l’uomo di Montenero di Bisaccia a trasformarsi da tribuno giustizialista in simil-statista. Vi è poi una dimensione dello scontro che sfugge ai comuni mortali. Da settimane gli obiettivi di Travaglio sono magistrati come Pietro Grasso, capo delle toghe antimafia accusato tra le righe di avere coperto il generale Mario Mori, Livia Pomodoro, la maggioranza del Csm e Luciano Violante (il titolo di un articolo sul Fatto suonava così: Violante ordina, Alfano esegue).

Come è chiaro, vi è un intreccio diretto tra certe aree della magistratura e forze politico-mediatiche forcaiole, e gli scontri di potere dentro la corporazione si riflettono dunque sulle prese di posizione dei vari Travaglio, Di Pietro e simili. Alcune sono pure lotte di potere: come si coglie in quelle che contraddistinguono la superpolitica corrente Magistratura democratica contro i movimentisti della corrente dei Verdi, con scenari palermitani - che toccano Grasso - e milanesi dove c’è lotta per una sorta di leadership tra l’Md Francesco Greco e il «verde» Armando Spataro. Al di là del potere poi c’è l’esasperazione dei «dimenticati» come Gian Carlo Caselli, non per nulla editorialista del Fatto, quotidiano che può vivere soltanto - e far vendere libri alle sue firme - con l’eccitazione degli animi. Ma questo percorso non va bene a un uomo di potere come Di Pietro che, per contenerne i rischi, simula addirittura sensi di responsabilità che non gli si conoscevano.