La svolta soul di Mingardi «Ora inseguo Ray Charles»

da Milano

Andrea Mingardi avrebbe potuto essere un grande portiere di calcio, ma nel ’57 era troppo grande per le giovanili del Bologna: «o mi vendevano o rimanevo vegetando come terzo portiere, la panchina non era ancora stata inventata», ricorda nella divertentissima biografia per Mondadori Permette un ballo, signora? Così s’è buttato sulla sua passione alternativa, il canto rock e blues:, l’esordio come batterista, la vita nei «baleroni», con quella voce nera che si faceva largo a furia di ruggiti cantando con la sua band - primo in assoluto - dal vivo i pezzi appena usciti dai jukebox. Guadagnate sul campo decine di battaglie al merito del rhythm’n’blues, per Mingardi questo è stato un anno d’oro. Prima il libro, poi Bau, l’album di Mina firmato in gran parte da lui, che tra l’altro duetta con Mina nel singolo Mogol Battisti. Ora il sogno realizzato, il disco dal vivo Mingardi canta Ray Charles: Tribute to the Genius, dove con i venti elementi dei RossoBlues Brothers Band snocciola con la sua tipica irruenza - tra blues, r’n’b e soul - il glorioso repertorio del grande Ray. Sull’onda dei primi successi, Mingardi sta portando lo show in giro per l’Italia, dopo aver ottenuto grandi consensi a Umbria Jazz, covo degli appassionati, e al GlobalFest di Ischia.
«Come è nata l’idea di un tributo a Ray Charles?
«Dopo il doppio disco di platino con Mina sono tornato al soul e al mio vero idolo. La sua versione di A Rainy Night In Georgia ha sottolineato i momenti più importanti della mia vita. Il mio lavoro è un atto di amore e coraggio, di passione e rispetto per un artista che ha dato una svolta alla mia carriera».
Come?
«Negli anni ’60 suonavo rock e blues americano. Poi arrivarono i beat che ci fecero sentire vecchi. Ma io pensai a grandi come Ray e James Brown, loro non sarebbero mai tramontati. Così decisi di star lontano dalla moda e di seguire l’istinto».
Ha conosciuto Charles?
«Certo, abbiamo parlato spesso insieme; nonostante la sua immensa fama e le differenze culturali ci capivamo perché eravamo sulla strada entrambi da una vita. Io lo ammiravo da matti. Ho scritto anche un brano per lui. Una sera in un locale se non ci fossero state le guardie del corpo l’avrei portato sul palco in braccio io personalmente. Mi raccontava quanto fosse difficile farsi obbedire dai musicisti».
Ci vuole un bel coraggio a cantare i brani di Ray.
«Eh si ma la natura mi ha aiutato con questa voce cattiva. Sin da ragazzo mi sono ispirato ai grandi cantanti jazz neri e poi a Wilson Pickett e Little Richard piuttosto che a Bill Haley. È difficile cantare i suoi brani perché Ray ha un modo di armonizzare e di accompagnarsi al piano assolutamente particolare».
I concerti hanno avuto un buon successo.
«Sinceramente a Umbria Jazz è stato un bagno di folla; al Festival del Cinema di Ischia siamo stati applauditi da personaggi come Bocelli e Hilary Swank. Ora proseguiamo il tour e l’anno prossimo puntiamo a Montreux».
Il segreto del Mingardi «nero»?
«Il blues nel cuore. Qui non c’è musica alla 4+4 di Nora Orlandi. Salgo sul palco e inizio ad urlare dicendo ai ragazzi di pestare sugli strumenti più che possono. Questa è energia».
Il mondo della musica è un po’ in crisi.
«Finché saremo prigionieri del “music control” e di chi decide cosa debba o no andare in radio passando sotto silenzio tutto il resto».