Le svolte di Gianfranco da Mussolini "statista" al "male assoluto"

Il leader, oggi presidente della Camera, ha imposto ad An una rivoluzione dall'alto, rompendo col passato, incurante delle scissioni

da Roma

C’era una volta un segretario di partito che, seduto sul divanetto del Costanzo Show, diceva che non avrebbe mai affidato suo figlio a un maestro omosessuale. C’era una volta un leader di partito che consegnava simbolicamente il diritto di utilizzare la fiamma del movimento sociale a un leader francese il cui nome era Jean Marie Le Pen. C’era una volta un Gianfranco Fini che saliva sul palco di un comizio referendario per invitare i suoi elettori a votare contro il referendum per l’abolizione del proporzionale. C’era una volta un leader che in una intervista alla stampa definiva Benito Mussolini «il più grande statista del secolo».
Ecco, se si vuole misurare la portata dirompente degli strappi fatti da Gianfranco Fini in questi ultimi anni, a partire dalla nascita di Alleanza nazionale fino ad oggi, bisogna ritornare al leader dell’ultimo Movimento sociale, così diverso per scelte politiche e per impianto ideale. La grande svolta di Fini inizia in realtà subito dopo il suo massimo storico, quando alle elezioni comunali del 1993 arriva clamorosamente al ballottaggio con Francesco Rutelli e tocca il 47 per cento dei voti. Fini si è presentato con il simbolo del Movimento sociale, ma ha già iniziato una lunga marcia e una parallela metamorfosi politica. Prima di far nascere An, compie un gesto clamoroso con una visita alle Fosse Ardeatine, il mausoleo delle vittime delle rappresaglie naziste a Roma. Fu una notizia che guadagnò titoli su tutti i giornali, ma era solo l’inizio. A Fiuggi, con l’opposizione di Pino Rauti, il prezzo di una scissione, quella della fiamma, il mal di pancia di molti iscritti, Fini promosse la stesura di un documento che condannava un regime, quello fascista, «che aveva conculcato le libertà civili». Alle europee del 1999, per la prima volta, dopo aver costituito l’Elefante (un cartello elettorale con Mariotto Segni che non andò affatto bene), ventilò la possibilità di superare anche Alleanza nazionale. Ai colonnelli che protestavano fece sapere: «Se non vi sta bene mi faccio la Lista Fini». Man mano che gli strappi di Fini si susseguivano, in An crescevano due stati d’animo. Quello degli scontenti, che iniziarono a vedere un riferimento in Alessandra Mussolini prima e in Francesco Storace poi. E quello della «nuova classe dirigente» postmissina, che, più o meno convinta, continuava a seguire il Capo. Se non altro perché due volte era stato in grado di portarli al governo.
Anche gli oppositori di Fini spesso erano meno saldi di lui. La Mussolini riuscì ad abbandonare An per andare ad iscriversi al congresso della Fiamma. E il giorno dopo tornare indietro. E ad abbandonare di nuovo An, quando Fini celebrò il suo strappo più profondo, con la visita allo Yad Vashem e le dichiarazioni sul «fascismo male assoluto». E poi ritornare di nuovo dentro ad An, al punto da essere eletta, nelle ultime elezioni, con il Pdl. Francesco Storace, invece, iniziò i girotondi neri nello stesso giorno, e poi arrivò a costruire una nuova scissione, con la sua «Destra». Era stato, fino ad allora, il migliore amico di Fini dentro il partito.
Ma gli strappi di Fini continuavano, sempre più imperiosi, sempre più imprevedibili. Alla vigilia del referendum sulla procreazione assistita, il leader di An, all’epoca vicepremier, spiazzò tutti, dichiarando che avrebbe votato sì al quesito che intendeva abrogare la legge voluta dal centrodestra. Un altro strappo clamoroso, all’interno del partito, fu la degradazione istantanea di tutti i dirigenti dopo le rivelazioni de Il Tempo su alcune chiacchiere improvvide avvenute al bar della Caffetteria, a un passo da Montecitorio. Perfino un dirigente della caratura di Ignazio La Russa accettò l’azzeramento del suo incarico (era coordinatore) e di trascorrere un purgatorio di attività politica senza cariche (adesso è ritornato coordinatore, nonché ministro della Difesa). Ma Fini tornò a stupire ancora tutti quando, invitato alla prima di un film - Il mercante di pietre - contro la minaccia islamica, una proiezione organizzata e voluta soprattutto da Maurizio Gasparri, si alzò di scatto e lasciò tutti di stucco con un giudizio liquidatorio: «È una boiata pazzesca». Ieri il leader di An è andato nel cuore dell’ultima organizzazione identitaria collegata alla storia del suo partito, è salito sulla collina «tolkieniana» della festa di Atreju e, in quello stesso anfiteatro dove Silvio Berlusconi ha fatto un discorso in camicia nera, e ricordando Italo Balbo, ha cesellato le frasi di più forte discontinuità mai sentite fino ad oggi, con la storia della Repubblica Sociale: «Chi è di destra, oggi, deve sapere che quegli uomini erano dalla parte sbagliata». Molti, sino ad oggi, hanno criticato il suo procedere per strappi e rotture, molti continuano a restarne stupiti, perfino interdetti. Ma è vero che la giustezza delle scelte di un politico si possono dimostrare solo nel tempo. L’unico altro parametro, nella contemporaneità, è se siano sostenibili o meno. Fino ad oggi, il leader di An in una cosa è riuscito: far digerire ai suoi tutte le sue scelte. Plasmare una nuova classe dirigente, con una rivoluzione dall’alto che puntava a parlare più agli elettori che agli iscritti. Fino a ieri ce l’ha fatta. E forse, anche ieri è stato così.