SYLVANO BUSSOTTI artista poliedrico di casa al Giambellino

Fuggito da Roma, da Venezia e da Firenze, da poche settimane si è trasferito in città

Il gran transfuga da Roma, l’esule da Venezia, il fiorentino che nella città dei Medici non risiede da anni è emigrato da poche settimane in un «nido d’Aquila» al Giambellino che avrebbe fatto la felicità di Testori. Ma non si creda che, per giungere fino a lui, ci si debba sobbarcare alla penosa ascesa che, nella Bohème, compie Mimì per cadere tra le braccia di Rodolfo. La casa infatti non è antica, non ostenta vestigia né soffre di crepe premature: una serie di cancelli elettrocomandati la chiudono, vetri e specchi sostituiscono le porte mentre gli ascensori lucenti di vernice fresca brillano minacciosi. Sopra il decimo piano, da un loft sbarrato da un’imponente biblioteca, lui in agguato mi aggredisce.
«Ho settantacinque anni e devo lavorare, caro, lavorare perché il tempo, ahi ahi, incrudelisce sempre più», esordisce Sylvano Bussotti, il solo artista contemporaneo paragonato a Leonardo perché da quando è nato non si è negato un bel nulla. Compositore amato e vezzeggiato ha scritto per Cathy Berberian ma anche per Patty Pravo, pittore ha esposto alle gallerie più famose del mondo, scrittore ha fatto della sua vita un poema a puntate, scenografo ha sbalordito per la sua audacia, regista ha rivoluzionato il mondo dell’Opera e, come se non bastasse, ha girato dei film sperimentali che tutti si contendono non disdegnando, perdipiù, di dir la sua anche nella prosa. Come abbordarlo allora? Sarà meglio lusingarlo o mostrarsi indifferenti? Avrà più successo la strategia dell’attacco o quella della provocazione? Non gli nascondo le mie perplessità, ed ecco il suo volto atteggiarsi al riso di un bambino non fosse per le fessure enigmatiche degli occhi. Per non correr rischi, gli chiedo allora umilmente se, tra tutte le arti che ha affrontato, io ne abbia tralasciato qualcuna: Maestro, la prego, le ho proprio enumerate tutte?
«In effetti, non ha citato le marionette», è la sorprendente risposta. «Sa che ho dedicato ad Arlechin batòcio più di uno spettacolo? Ah, già, lei è troppo giovane. Quelli erano éssais degli Anni Cinquanta quando giocavo come il gatto col topo e incatenavo alle corde delle arpe figuranti più ignudi dei Prigioni di Michelangelo...»
Ma non mi dica! Va be’ che ha scritto, diretto, disegnato e messo in scena un'opera intitolata “Passion selon Sade”, ahimé stranamente assente dagli scaffali dei negozianti... Mi chiedo perché...
«Perché io amo e privilegio l’evento. O, se vogliamo, l’happening allo stato puro. Mi interessa l’alea del gioco, il piacere dell’imprevisto, la sensazione del rischio implicito nello spettacolo. Detesto la musica imprigionata in quell’orrido gingillo di nome CD: ai concerti i suoni devono fluire a vista dagli strumenti, chi siede in platea deve vedere dita e volti degli esecutori, all’Opera i cantanti devono muoversi liberamente, la luce sul palco proliferare a colpi di sciabola e le parole...»
Basta, basta, ho capito. Ma...e il cinema? È vero che Pasolini era geloso dei suoi film sperimentali?
«Lo sa o no che quando il mio cinema, che si fregiava dell’etichetta Rarafilm, veniva presentato, Pasolini mandava Ninetto Davoli a prendere i biglietti ed era sempre il suo ricciuto alter ego a comunicarmi, dopo la proiezione, se la pellicola era stata di suo gusto?»
Va bene, ma con la gelosia come la mettiamo? È vero o no che l’autore di “Ragazzi di vita” le dedicò una celebre stroncatura?
«Certo. E su un periodico come Nuovi Argomenti per giunta! Secondo lui, “mi collocavo in un’area al di là della prima linea”».
In poche parole, non era un araldo della rivoluzione?
«Diciamo piuttosto che non riusciva a collocarmi nella casella appropriata. Per lui non ero che un esteta».
E Patty Pravo? Quando avete lavorato insieme?
«È successo anni fa. Patty ovvero la Strambelli, che gli intimi chiamano Strambubi, ha cantato una sola nota nelle "Maestà", un'opera che solo un pazzo come me poteva scrivere a beneficio di ben centonovantun interpreti! Ma abbiamo avuto in comune anche un passato cinematografico, una sorta di clip dove io, in barca, arrivavo dal mare mentre dalla spiaggia Nicoletta, sotto l’ombrellone, fingeva di comporre la musica da me scritta in precedenza».
Adesso a cosa sta lavorando?
«Ho appena terminato un concerto per pianoforte e orchestra andato in scena a Prato in concomitanza con una antologica dei miei bozzetti di scena. Nel frattempo, do in sordina gli ultimi tocchi a un operone in cinque atti che mi tormenta da undici anni».
Si può saperne qualcosa di più?
«È la storia di Izumi Shikibu, una poetessa giapponese dell'evo antico costretta a nascondere i suoi sentimenti per via del suo status di geisha. Che la condanna a una vita che ricorda da vicino la parabola della protagonista di Lanterne rosse. Ma non mi faccia dire di più».
Ma poi di colpo, soggiunge:
«Da quando è entrato, lei ignora i collages in bella mostra sulle mie pareti. Devo arguire che non le piacciono? Nemmeno quello che fa da zoccolo alla biblioteca...»
E quando gli dico che quest’ultimo mi ricorda la Primavera del Botticelli lui, compiaciuto, non mi risparmia da autentico provocatore una goccia di perfida soavità dichiarando, come se nulla fosse, di aver migliorato l’originale togliendo ad ogni contendente il più infimo brandello di vestito. «Perché l’arte, enuncia sornione - non ha bisogno di fronzoli e spesso il nudo riveste più di una cappa di velluto».