Sylvie Testud «affascinante mostriciattolo»

Di Françoise Sagan, Sylvie Testud ha reinventato tutto: fraseggio irregolare, umorismo impassibile, sottili sguardi folgoranti d’intelligenza sotto la ciocca bionda d’un taglio à la garçonne, capacità di sognare, forza e fragilità. Nel film Sagan, diretto da Diane Kurys, da oggi nei cinema francesi, l’attrice strabilia, come Jeanne Balibar (figlia del filosofo Etienne), che è Peggy Roche, la stilista, splendida innamorata e fedelissima compagna di Françoise. Il loro spirito corrosivo è sostenuto dalla moglie del filosofo Bernard Henri-Lévy, Arielle Dombasle, che presta il biondo profilo all’infernale Astrid - in realtà Ingrid Mechoulam -, ultimo amore della Sagan, cui la regista Diane Kurys ha cambiato nome per timore d’una querela.
Insomma, Sagan è un film di donne che eclissano gli uomini, sebbene interessanti. In tutta finezza Pierre Palmade è Jacques Chazot, il confidente, grande danzatore e grande mondano. Denis Podalydès è Guy Schoeller: seduttore impenitente dalle battute sferzanti, fu redattore presso Robert Laffont e primo marito dell’«affascinante mostriciattolo». La loro unione, celebrata dalla stampa nel ’58, a pochi mesi dall’incidente d’auto che quasi costò la vita alla Sagan, durerà solo due anni. Lionel Abelanski è infine Bernard Frank, scrittore e cronista letterario, membro a vita, come Florence Malraux, figlia dello scrittore e ministro della Cultura, della «banda», gli amici con i quali la Sagan ne fece di tutti i colori.
Il film s’apre sull’immagine d’una donna invecchiata, malata, drogata, in clausura domestica, su una sedia a rotelle. Forte contrasto con la scena seguente di «Kiki», quando sta per uscire il suo primo romanzo. Françoise Quoirez, in arte Sagan, ha 18 anni quando pubblica Bonjour tristesse, romanzo che le darà fama internazionale. Nasce un mito fatto di battute brillanti, amori liberi, auto senza prezzo e grossi scandali, dietro i quali si cela una donna anticonformista, la cui voglia di vivere sfocia nella voglia di distruggersi. E distruggere gli altri, con spietate virate affettive, delle quali potrebbe riferire il figlio, Denis Westhoff, consigliere artistico del film (che gli è dedicato).
Più convenzionale del soggetto, delude la regia, ma si ricordi che la pellicola è nata come film-tv. L’uso calibrato della voce fuori campo permette invece un parlare letterario lieve, che svela l’intimità di una donna. Diane Kurys tenta di sottrarla alla gogna della leggenda, rendendo bene il lessico di desueta innocenza della scrittrice. Se ne coglie la solitudine, mostro che lei tentò d’ingannare in ogni modo. Dietro la folle gaiezza, i giochi e le feste, la Sagan pativa l’incomunicabilità fondamentale degli esseri umani. Sempre accompagnata, ma sempre sola, confidava: «Capisco che atroce scherzo è la vita».