«Tabù e trasgressione Ecco il sex and the city delle musulmane»

da Roma

L’amore a Riad è nascosto e sfacciato. Pudico e invadente. È il desiderio nello sguardo di una donna velata, l’occhiata senza ritegno di un ragazzo in mezzo alla strada. Sex & the Saudis, tabù da spezzare e regole con cui peccare nella Manhattan d’Arabia. Rajaa Alsanea, ventisettenne scrittrice saudita (nella foto piccola), ha dipinto così le sue Ragazze di Riad. Ogni venerdì, dopo la preghiera, una finta blogger si tinge le labbra di rosso e sconvolge una chat islamica con le sue e-mail, le storie di quattro ventenni ricche alla ricerca dell’amore. Il romanzo ha portato all’autrice critiche e tanto successo. Rajaa Alsanea se li gode anche a Roma, dove ha presentato l’uscita della versione italiana, pubblicata da Mondadori. Avvolta in un velo rosa pallido e in una nuvola di profumo, sa già quale sarà la sua tappa obbligata: il Vaticano.
Nel suo romanzo ragazzi e ragazze fanno di tutto per sfuggire ai divieti. È così?
«I sauditi sono abituati al rispetto delle regole. Quando tornano da un paese straniero, in aereo fanno la fila alla toilette per indossare l’hijab o la tunica. Per loro non c’è ironia in questo: è del tutto naturale».
Come se la cavano gli innamorati?
«Lo stratagemma più ridicolo sono i cartelli su cui i ragazzi scrivono i numeri di cellulare per farli conoscere alle ragazze per strada».
Biglietti da visita?
«No, no. Cartelli belli grossi: li tengono sollevati con le mani nei centri commerciali. O li appiccicano ai finestrini delle auto».
Funziona?
«Alcune ragazze li copiano davvero: per loro è l’unico modo di incontrare persone dell’altro sesso».
Le compagnie telefoniche saranno contente.
«Riad è la città che non dorme. Di notte gli innamorati sono sempre al cellulare. E poi c’è il web: chat, email. E il bluetooth: nei centri commerciali e negli aeroporti tanti ragazzi si conoscono così, scambiandosi file».
E prima di internet?
«La rete è arrivata in Arabia nel ’99. Nessuno si ricorda più come fosse la vita, prima. Nemmeno gli americani sono così dipendenti da e-mail e messaggini».
Vive ancora negli Stati Uniti?
«Sono a Chicago per un master in odontoiatria. Finirò quest’estate e tornerò a Riad».
Come si passa dai denti a un romanzo?
«In entrambi i casi parlo molto. Coi lettori e con i clienti. Comunque non potrei vivere solo con il lavoro di scrittrice».
Ma ha avuto un grande successo. Come hanno reagito in patria?
«Molti hanno criticato la decisione di tradurre il libro: il mondo avrebbe conosciuto un’immagine non perfetta dell’Arabia».
Omosessuali, sesso prima del matrimonio…
«Tanti uomini erano sconvolti, mi hanno spedito e-mail minacciose. Ma molte donne si sono riconosciute nel libro».
Lei non parla di un’élite?
«A Riad ci sono molte persone ricche: le ragazze di cui parlo non sono una minoranza. Si innamorano, amano fare sesso, lottano contro i matrimoni combinati dalle famiglie, vogliono più libertà».
Però si travestono da maschi per guidare, e bevono Dom Perignon di nascosto.
«La situazione sta cambiando, ma ci vuole tempo».
Diventerà la prima donna ministro saudita?
«È un’idea di mia madre, io non amo la politica. Certo se potessi dire quello che voglio… ».
Che cos’è uno scandalo in Arabia Saudita?
«Due anni fa una ragazza è stata violentata e filmata con il cellulare. Il video è finito su internet. Nessuno pensava che potesse succedere: i sauditi si credono persone perbene».
E dopo?
«Quella ragazza ha denunciato gli aggressori, che sono finiti in prigione. In ogni caso la sua reputazione ormai era rovinata: ha cambiato scuola e città. Perché da noi l’onore perduto non lo recuperi più. Però… ».
Però?
«Dieci anni fa uno scandalo sarebbe stato una ragazza beccata a parlare al telefono con il fidanzato. Piano piano stiamo cambiando».