Tagli alla Casta? Un inizio Ora l’Italia aspetta il resto

E' la prima volta che un provvedimento tocca i privilegi dei politici. Ma
chi chiede uno sforzo enorme ai cittadini deve fare più sacrifici

Sarà pur vero che questa è la prima manovra che tocca la Casta. Ma la tocca per farle una carezza. E invece ci sarebbe voluto un formidabile sganassone. Dopo aver sentito il ministro Calderoli elencare i tagli ai costi della politica, resta in bocca un sapore assai amaro: qualcosa è stato fatto, sicuro. Ma è molto di meno di quel che si poteva fare. E soprattutto di quel che si doveva fare. In effetti: chi chiede enormi sacrifici ai cittadini deve, prima di tutto, cominciare a farli lui. Ma deve farli davvero, non solo per ipotesi. E subito, non a cominciare dall’anno Duemilaesivedrà.
A ben vedere, infatti, di 14 o 15 interventi annunciati sul fronte dei tagli alla politica, quello che resta è: una miniriduzione delle province (da 29 a 35 in meno: ma non dovevano essere tutte abolite?); una riduzione dei consiglieri regionali (che passeranno da 775 a 610, mantenendo però tutto il loro corredo di benefit); l’accorpamento dei Comuni; la riduzione di qualche ente (come il Cnel che passa da 121 a 70 membri); lo stop al doppio incarico dei parlamentari (chi sarà deputato non potrà essere contemporaneamente sindaco e assessore. E ci mancherebbe); e il pagamento di un contributo di solidarietà maggiorato da parte di onorevoli e senatori: verseranno il 10 e il 20 per cento anziché il 5 e il 10. In compenso manterranno praticamente tutti i loro privilegi, compreso quello di abboffarsi con sontuosi pranzi quasi gratis alla buvette.
Dice Calderoli che in questo modo si taglieranno 50mila o forse 80mila poltrone. Ma sì, facciamo 100mila e non se ne parli più: a dare i numeri non ci vuole nulla. Se fossero veri, però, questi dati dimostrerebbero quanto si poteva risparmiare davvero con un po’ più di impegno. Avete presente quello che la Casta dice sempre per difendersi («Non è così che si risolvono i problemi di bilancio» …)? Ebbene è evidentemente falso. Se questo brodino caldo, questa minestrina insipida di tagli, permette da sola di far saltare 50 o 80mila poltrone, quante lacrime e sangue agli italiani si sarebbero potute risparmiare osando un po’ di più? Perché, per esempio, tenere al Cnel 70 persone? 10 non sono più che sufficienti? Anzi: perché tenere il Cnel? A che serve? Davvero 165 consiglieri regionali in meno sono un buon risultato? Non se ne potevano tagliare il doppio senza aver nessun danno al funzionamento dei «parlamentini» (anzi, magari qualche vantaggio)? Davvero la riduzione di 30 province è un intervento radicale, dopo che in campagna elettorale si era promessa la loro totale abolizione?
La manovra tocca la Casta, sì: ma la tocca per farle il solletico. E così la Casta continua a ridere, mentre a noi non resta che piangere. Le misure contenute, infatti, sono di per sé insufficienti per tagliare davvero i costi della politica. E in più c’è un altro problema: quando entreranno davvero in vigore? Fateci caso: per le Province bisogna aspettare sicuramente la fine del mandato elettorale (se va bene); per i consigli regionali immagino pure, l’accorpamento dei Comuni si potrebbe fare da subito, ma per la verità si poteva fare anche ieri, l’altro ieri, due mesi fa e non è mai stato fatto nulla (non era il decreto che mancava, ma la volontà). Adesso è cambiato qualcosa? Si vedrà. Arriveranno altre complicazioni? Chi lo sa. Intanto anche le norme per la riduzione dei parlamentari e delle loro indennità vengono rimandate a una legge costituzionale. Aspetta e spera. Si capisce, no? I tagli ai costi della politica possono attendere. È il salasso agli italiani quello che bisogna far subito.
Così, a conti fatti, nel capitolo tagli alla politica, quello che manca brilla molto più di quello che c’è. Niente viene fatto sul fronte dei vitalizi (scandalosi) di onorevoli, senatori e consiglieri regionali, niente viene fatto sul fronte delle clausole d’oro che consentono pensioni speciali ai dipendenti di Consulta, Parlamento e Quirinale, niente tagli ai portaborse e ai portavoce, ai faraonici uffici, alle spese di Camera e Senato. E poco o nulla sul fronte degli intollerabili benefit ai parlamentari, che restano intoccati come le virtù di Santa Maria Goretti. L’unico intervento in questo campo, in effetti, sa un po’ di presa in giro: lorsignori avranno l’obbligo di volare in economy. Bella forza: tutti sanno che la quasi totalità dei voli utilizzati dai parlamentari sono nazionali e dunque hanno solo l’economy... «I tagli alla politica sono addirittura eccessivi», ha detto il premier Berlusconi l’altra sera. «Lo abbiamo fatto per la domanda dell’opinione pubblica». Scherza, vero presidente? Magari sbaglieremo, ma noi siamo convinti che l’opinione pubblica chieda molto di più della pagliacciata dei voli in economy, delle 50 poltrone al Cnel, di qualche comune accorpato o altre vaghe promesse.
È per questo che, alla fine, ci resta un sapore amaro in bocca. Perché abbiamo l’idea che tutto questo frullare di numeri alla Calderoli, questi mini-riduzioni e mini-accorpamenti che Dio sa quando ci saranno, siano solo una bella cortina fumogena per cercare maldestramente di nascondere una manovra feroce, che non ha nulla di liberale, che mette le mani nelle tasche dei cittadini senza dare loro in cambio un progetto, un’idea, un po’ di liberalizzazioni, un rilancio allo sviluppo. Anzi: viene dato il via libera all’assunzione di altre 60mila persone nella scuola. (Ma come? Non avevamo detto per anni che gli insegnanti erano troppi, che bisognava pagarli meglio e farli lavorare di più?). Questo era il governo che doveva segnare la svolta, il cambiamento, una nuova politica economica. Invece prende le stesse strade che abbiamo sempre contestato ai vari Amato, Prodi e Visco. Sì, è vero: per la prima volta si mette anche mano alla Casta. Ma è solo per darle un buffetto, mentre meritava una legnata. E invece la legnata, guarda un po’, la prendono come al solito gli italiani.